Finalmente sappiamo come funzione l’anestesia generale

Il meccanismo

Finalmente sappiamo come funzione l’anestesia generale

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La scoperta del ruolo delle cellule neuroendocrine nell’anestesia generale potrebbe rendere più efficaci i farmaci anestetici e aprire la strada a nuove terapie per i disturbi del sonno
di redazione

Il 21 dicembre del 1846 la sala operatoria del University College Hospital di Londra era piena zeppa di spettatori. Nessuno voleva perdersi la scena: il chirurgo Robert Liston avrebbe sperimentato per la prima volta l’etere su un paziente sottoposto a un’amputazione della gamba per operarlo in anestesia generale. È una data storica per la medicina, la data che segna l’inizio della chirurgia moderna. Da allora in poi diventa possibile aprire e ispezionare il corpo umano per correggerne i difetti in maniera indolore.

Ma come funziona esattamente il sonno profondo indotto dai farmaci?Il meccanismo dell’anestesia generale è rimasto nei 170 anni dalla sua scoperta poco chiaro. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Neuron ha finalmente spiegato cosa succede quando il corpo perde la sensibilità e la capacità di muoversi permettendo al bisturi di compiere indisturbato il suo lavoro. Ripercorrendo il circuito neurale su cui ha agito l’anestesia, i ricercatori sono risaliti a un piccolo gruppo di cellule alla base del cervello responsabili della produzione di alcuni ormoni che regolano le funzioni corporee, l’umore e il sonno. 

L’ipotesi che ha guidato il loro lavoro è decisamente controcorrente. Si è sempre creduto che l’anestesia inibisse semplicemente alcuni neuroni, ma secondo i ricercatori della Duke University School of Medicine l’efficacia dei farmaci anestetici dipende anche dal fatto che vengono attivati alcune specifiche cellule nel cervello. 

Per mettere alla prova la loro teoria, gli scienziati hanno condotto un esperimento sui topi. Gli animali sono stati sottoposti ad anestesia generale usando diversi tipi di farmaci comunemente usati in sala operatoria. Ricorrendo ad alcuni marcatori molecolari, gli scienziati sono stati in grado di rintracciare i neuroni attivati dall’anestesia. Così facendo sono arrivati a individuare un gruppo di cellule attivate ospitate in una piccola regione del cervello chiamata nucleo sopraottico responsabile del rilascio nel sangue di elevate quantità di ormoni come la vasopressina. 

I ricercatori hanno osservato che la maggior parte delle cellule attivate dall’anestesia erano di un tipo ibrido, ovvero cellule neuroendocrine che connettono il sistema nervoso e il sistema endocrino. 

Grazie a una sofisticata tecnica messa a punto nel laboratorio della Duke University, gli scienziati sono riusciti ad attivare o disattivare questi specifici gruppi di cellule nel cervello dei topi. Scoprendo che quando le cellule in questione venivano attivate gli animali smettevano di muoversi e cadevano in un sonno profondo caratterizzato da uno stato di incoscienza, chiamato sonno a onde lente (stadio 3 e 4 del sonno). Al contrario, mettendo fuori uso queste cellule, i topi continuavano a muoversi, restavano vigili e non riuscivano ad addormentarsi.

Lo stesso esperimento è stato condotto con i topi sottoposti ad anestesia generale. Quando, prima di somministrare il farmaco anestetico, i ricercatori attivavano artificialmente le cellule neuroendocrine, l’effetto dell’anestesia durava più a lungo. Se le stesse cellule invece venivano disattivate, i topi si svegliavano più facilmente. 

La scoperta del ruolo delle cellule neuroendocrine nell’anestesia generale potrebbe non solo rendere più efficaci i farmaci anestetici, ma aprire la strada a nuove terapie per i disturbi del sonno. Se si trovasse il modo di modificare i circuiti neurali agendo sugli ormoni, si potrebbero sviluppare nuovi più efficaci sonniferi, suggeriscono i ricercatori.