Ipospadia congenita per cinque bambini ogni mille

Medicina

Ipospadia congenita per cinque bambini ogni mille

redazione

Nel mondo cinque bambini su mille nascono con una anomalia congenita del pene chiamata “ipospadia”: in poche parole, il canale attraverso cui esce l’urina (il meato uretrale) non è posizionato sulla punta del pene, ma sull’asta peniena o, nei casi più gravi, a livello dello scroto o del perineo.

L’anomalia si determina durante lo sviluppo in utero: il tessuto che forma l’uretra non si chiude completamente e in molti casi anche il prepuzio, ossia la pelle che ricopre il glande, non si sviluppa adeguatamente.

Negli ultimi anni i ricercatori dei Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta hanno identificato alcuni fattori che possano aumentare il rischio di sviluppo di ipospadia: «Anche se le cause non sono univoche e si riscontra anche un 15% di familiarità – spiega Salvatore Sansalone, copresidente e direttore scientifico del Congresso Frontiers in Genito-Urinary Reconstruction che si è svolto a Roma il 13 e 14 aprile - è stata evidenziata una maggiore incidenza con rischio 12 volte superiore nei figli di madri con età maggiore di 35 anni, sovrappeso o obese. Inoltre l’assunzione materna di ormoni progestinici, prescritti per stimolare l’ovulazione o trattamenti per la fertilità coincidono con un rischio maggiore che il bambino nasca con questa malformazione congenita».

Non è una condizione dolorosa e le forme lievi non prevedono una indicazione chirurgica, ma in quelle più gravi si opta per un intervento correttivo tra i 4 e i 12 mesi di vita per garantire la piena funzionalità urinaria e sessuale da adulti.

«Ma non tutti gli interventi riescono perfettamente: revisioni sono necessarie per adattare l’organo alla crescita dell’individuo, correggere fistole, stenosi, curvature o per risolvere problemi estetici» precisa Sansalone. «Con un range tra 2 e 23 interventi – aggiunge - la media di operazioni che ciascun paziente affronta nel corso della vita sono ben cinque. Si tratta di revisioni o di correzione di complicazioni come il restringimento del meato urinario con conseguente difficoltà a urinare, conseguenze di una errata tecnica chirurgica, infezioni, deterioramento del tessuto usato per riparare l’ipospadia, oppure “assecondare” la modificazione dei tessuti a causa della crescita. Controlli a 12 sino a 137 mesi hanno confermato il successo dell’intervento “secondario” nell’88,1% dei casi, con un rimarchevole 90,4% nell’intervento in un’unica sessione operatoria».