L'assurda abitudine di voler abbassare il colesterolo ai malati di cancro terminali

La prevenzione che non serve

L'assurda abitudine di voler abbassare il colesterolo ai malati di cancro terminali

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La gran parte dei pazienti che segue una terapia per il controllo della pressione, per il colesterolo continua ad assumere i medicinali fino all’ultimo mese di vita. 
di redazione

Prevenire è meglio che curare. E ben vengano quindi le correzioni allo stile di vita, ma anche i farmaci per abbassare la pressione, ridurre il colesterolo, proteggere la salute delle ossa. Se così si può evitare un ictus, un infarto o un frattura. Ma la regola ha una cinica eccezione: le persone malate di cancro senza speranza di guarigione non possono beneficiare della strategia preventiva. Perché invitarli ad assumere anti-ipertensivi e statine? 

È la domanda che si pone uno studio pubblicato sulla rivista Cancer che invita i medici a ridurre le prescrizioni di queste categorie di farmaci alle persone in fin di vita. E non solo perché sfortunatamente non possono garantire loro alcun vantaggio, ma soprattutto perché possono essere dannosi a causa degli effetti collaterali e compromettere la qualità di vita nel poco tempo di vita che rimane loro.  

L'effetto protettivo dei trattamenti preventivi si osserva ad anni di distanza. Purtroppo i pazienti con un tumore allo stadio avanzato non hanno abbastanza tempo davanti per poter arrivare a sfruttare i benefici promessi dalla terapia preventiva. Al contrario, possono sperimentarne solo gli eventi avversi. 

I ricercatori del Karolinska Institutet di Stoccolma hanno voluto scoprire il numero di medicinali per la prevenzione prescritti a pazienti con un tumore avanzato poco prima di morire. L’indagine è stata condotta su più di 151mila pazienti deceduti tra il 2007 e il 2013 in Svezia.  

Nell’ultimo anno di vita il numero di medicinali assunti dal pazienti aumentava da 7 a 10 e la percentuale di persone che assumevano più di 10 farmaci saliva dal 26 per cento al 52 per cento. 

Chi seguiva una terapia per il controllo della pressione, per il colesterolo, per il diabete, continuava ad assumere i medicinali fino all’ultimo mese di vita. 

In media ogni persona con malattia terminale spendeva 1.400 dollari di farmaci nel corso dell’ultimo anno di vita, 213 dollari solo per le terapie preventive. I consumatori maggiori di farmaci preventivi erano i malati di tumore al pancreas, al seno o le donne affette da tumori ginecologici. 

Nessuno beneficio, probabili danni, aumento delle spese. La logica imporrebbe di limitarne il consumo il più possibile. E così i ricercatori  svedesi lanciano un appello alla comunità medica invitandoli a una riduzione dell’uso dei farmaci preventivi nei malati oncologici allo stadio terminale, non solo per assicurare ai pazienti una migliore qualità di vita, ma anche per ridurre i costi sanitari delle cure per le famiglie e lo stato. 

«Sebbene i farmaci preventivi presi in esame nel nostro studio siano spesso farmacologicamente e clinicamente appropriati nella popolazione generale, il loro uso nel contesto della limitata aspettativa di vita e degli obiettivi di un’assistenza palliativa dovrebbe essere esaminato in modo critico. I nostri risultati dimostrano che gli adulti più anziani con tumori con una prognosi infausta, inclusi tumori del cervello, polmone, fegato e pancreas, erano propensi a usare farmaci preventivi durante il loro ultimo mese di vita esattamente come quelli con malattie meno aggressive», ha dichiarato Lucas Morin principale autore dello studio. 

Pochi mesi fa uno studio analogo era stata condotto da ricercatori dell’IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologche Mario Negri su circa 500 malati terminali assististiti presso l’hospice Casa VIDAS. Anche in quel caso era emerso che circa la metà dei pazienti al momento del decesso continuava a ricevere la prescrizione di almeno un farmaco con effetti preventivi e, dunque, non più utile.