Leucemia linfoblastica acuta: sopravvivenza tra pazienti difficili raddoppiata in 20 anni

L’analisi

Leucemia linfoblastica acuta: sopravvivenza tra pazienti difficili raddoppiata in 20 anni

Il trapianto di cellule staminali del sangue da donatore sano è potenzialmente risolutivo per i pazienti con leucemia linfoblastica acuta. Il 30% però va incontro a recidiva. Oggi grazie alle target therapy il tasso di sopravvivenza a due anni dalla recidiva è raddoppiato rispetto a 20 anni fa

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Immagine: Fnaq, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
di redazione

I progressi della medicina si misurano in base ad alcuni parametri oggettivi. Uno di questi è il tasso di sopravvivenza dei pazienti. Quante persone sono ancora vive dopo due, tre, cinque anni dalla diagnosi o da una recidiva? Banalmente: se quel numero aumenta vuol dire che le nuove terapie funzionano meglio delle vecchie. Così si spiega per esempio il risultato di uno studio pubblicato su Clinical Cancer Research secondo il quale negli ultimi vent’anni il tasso di sopravvivenza a due anni dei pazienti con leucemia linfoblastica acuta che hanno sperimentato una recidiva dopo un trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche è circa raddoppiato. 

Un gruppo di ricercatori dell’Università americana di Beirut ha condotto un’analisi retrospettiva raccogliendo lungo un periodo di venti anni (dal 2000 al 2019) i dati di 899 adulti affetti da leucemia linfoblastica acuta portatori del cromosoma Philadelphia che hanno avuto una recidiva successivamente al trapianto di cellule staminali. 

Dall’analisi è emerso che il tasso di sopravvivenza a due anni dalla recidiva è quasi raddoppiato, passando dal 27,8 per cento nel periodo tra il 2000 e il 2004 al 54,8 del periodo tra il 2025 e il 2019. Non solo, negli ultime due decadi si è anche allungato l’intervallo di tempo tra il trapianto e la recidiva. Un aspetto da sottolineare è che l’aumento del tasso di sopravvivenza si è registrato nonostante sia aumentata nel frattempo anche l’età media dei pazienti che vanno incontro a una recidiva (da 44 a 56 anni). 

Gli scienziati hanno preso in esame anche un sottogruppo di pazienti, 13,9 per cento, che era stato sottoposto a un secondo trapianto di staminali dopo la recidiva. Anche in questo campione si sono registrati notevoli progressi: la percentuale di persone che si sono ammalate nuovamente dopo il secondo trapianto è scesa dal 74 per cento del periodo 2000-2004 al 33 per cento del periodo 2015-2018. 

La leucemia linfoblastica acuta è una neoplasia ematologica aggressiva  

che nel 30 per cento dei casi è caratterizzata dalla presenza del cromosoma Philadelphia, una mutazione genetica che rende la malattia ancora più grave.  Il trapianto di cellule staminali emopoietiche da donatore sano è un intervento potenzialmente risolutivo, soprattutto quando restano poche cellule cancerose nell’organismo dopo il trattamento. In alcuni casi però le cellule maligne residue riescono a eludere le difese immunitarie riprendendo a proliferare e provocando una recidiva. Fino a qualche anno fa le recidive successive ai trapianti di staminali erano difficili da pervenire. La situazione è cambiata con l’avvento di nuove terapie per la gestione della risposta post-trapianto come gli inibitori della tirosin-chinasi di nuova generazione, l’ immunoterapia come blinatumomab, inotuzumab ozogamicin e la terapia cellulare CAR-T.

«Nel sottogruppo di pazienti con leucemia linfoblastica acuta portatori del cromosoma Philadelphia, la ricaduta post-trapianto si verifica fino nel 30 per cento dei casi e, in studi precedenti, la sopravvivenza a lungo termine era scarsa. Tuttavia, di recente sono state approvate diverse nuove strategie terapeutiche per questi pazienti, per questo è stato importante analizzare e confrontare i risultati clinici tra diversi periodi di tempo negli ultimi 20 anni», commenta Ali Bazarbachi, direttore del Bone Marrow Transplantation Program dell’American University di Beirut, primo autore dello studio.