L'infarto lascia il segno. 1 persona su 4 abbandona il lavoro entro un anno

L’indagine

L'infarto lascia il segno. 1 persona su 4 abbandona il lavoro entro un anno

I tassi di abbandono sono particolarmente alti nella fascia di età più giovane e più produttiva
redazione

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Entro un anno dall’episodio, il 91 per cento dei lavoratori rientra in ufficio. Ma il 24 per cento dei pazienti lascia il lavoro nei 12 mesi successivi al ritorno.

Lo consigliano i medici e se lo augurano i responsabili delle politiche sociali di qualunque Paese: tornare al lavoro dopo un problema di salute fa bene tanto alle singole persone quanto all’intero welfare. Per questo preoccupano i risultati di uno studio danese, appena pubblicato sul Journal of the American Heart Association, secondo il quale una persona su quattro lascia il proprio lavoro dopo un anno da un infarto. 

Il sistema di monitoraggio della salute pubblica in Danimarca è molto efficiente, facilmente accessibile e semplifica non poco il lavoro ai ricercatori che intendono consultarlo. Dagli esaustivi registri nazionali sono stati estrapolati i dati sui casi di infarto del miocardio che hanno colpito persone tra i 30 e i 65 anni di età tra il 1997 e il 2012. L’indagine si è poi ristretta a un gruppo di 22.394 persone con un impiego stabile prima dell’attacco di cuore. 

Quasi tutti sono tornati al lavoro in breve tempo, ma in molti non hanno resistito a lungo.

Entro un anno dall’episodio, il 91 per cento dei lavoratori era rientrato in ufficio. Peccato però che il 24 per cento dei pazienti abbia lasciato il lavoro nei 12 mesi successivi al ritorno. I tassi di abbandono sono particolarmente alti nella fascia di età più giovane e più produttiva, quella tra i 30 ai 39 anni, oltre che in quella tra i 60 e 65 anni. 

Lo studio non chiarisce se si sia trattato di decisioni volontarie o no. Fatto sta che la perdita del lavoro incide sulla salute psico-fisica dei singoli individui, ma anche sull’intero sistema delle politiche sociali. E se il fenomeno viene visto come un problema in Danimarca, figuriamoci quanto possa preoccupare i Paesi con meno tutele socio-sanitarie. 

«La capacità di restare al lavoro dopo un attacco di cuore - afferma Laerke Smedegaard del Herlev & Gentofte University Hospital di Hellerup in Danimarca e principale autore dello studio -  è essenziale per la qualità di vita, per l’autostima e per la stabilità emotiva ed economica. I nostri risultati hanno implicazioni degne di attenzione non solo per i pazienti danesi, ma forse ancora di più, per le persone che vivono in Paesi con sistemi di walfare meno avanzati del nostro».

Dallo studio emerge che le persone più a rischio di disoccupazione, tra quelle che hanno subito un infarto, sono quelle con scompenso cardiaco, depressione o diabete. Un alto livello di formazione e un buon reddito aumentano invece le probabilità di restare a lavorare. 

«Quando si tratta di valutare la qualità di vita e le capacità funzionali di un paziente con infarto del miocardio - avverte Smedegaard - non basta prendere come riferimento il ritorno al lavoro. I nostri risultati indicano che la riabilitazione cardiaca dopo l’attacco dovrebbe anche concentrarsi su un sostegno ai pazienti perché possano mantenere un’attività lavorativa a lungo termine. I nostri risultati sono ancora più importanti per i Paesi dove esistono disuguaglianze sociali maggiori».