Linfoma follicolare: guarire si può (e non serve un trattamento aggressivo)

Studio italiano

Linfoma follicolare: guarire si può (e non serve un trattamento aggressivo)

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L’idea di questa ricerca ha origini lontane. Nel periodo 2000-2005 è stato condotto uno studio per verificare se ci fosse un vantaggio dall'utilizzo in prima linea della chemioterapia ad alte dosi più immunoterapia (con rituximab) e autotrapianto
di redazione

Due traguardi in un colpo solo. Il primo è che dal linfoma follicolare, una particolare forma di linfoma non-Hodgkin, si può guarire. O, se si vuole essere rigorosi, non presentare alcun segno di malattia per almeno 13 anni. Il secondo è che per raggiungere questo risultato non è necessario ricorrere al trattamento più aggressivo basato su alte dosi di chemioterapia e autotrapianto di midollo osseo, ma è sufficiente il trattamento standard basato sull’impiego della chemioterapia convenzionale associata a un farmaco immunoterapico (rituximab). 

Sono i risultati del più lungo studio di follow-up mai realizzato sui linfomi follicolari. La ricerca, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Haematologica, ha coinvolto 29 centri distribuiti su tutto il territorio nazionale aderenti al GITMO (Gruppo Italiano per il Trapianto di Midollo osseo, cellule staminali emopoietiche e terapia cellulare) e al Gruppo nazionale linfomi (ora noto come FIL).

«Grazie a questo studio per la prima volta nella storia dei linfomi follicolari possiamo concretamente parlare di guarigione», commenta il coordinatore dello studio Corrado Tarella, direttore della Divisione di Ematologia dell’Istituto Europeo di Oncologia e Professore all’Università Statale di Milano. «Abbiamo quindi un nuovo benchmark, cioè un nuovo parametro di riferimento per la messa a punto di nuove terapie per questo tumore, che nel nostro Paese riguarda circa 2.000 nuovi casi ogni anno. Ma anche i pazienti di oggi possono avere vantaggi immediati dai risultati della nostra ricerca: abbiamo dimostrato che la chemioterapia ad alte dosi e l’autotrapianto, come trattamenti di prima linea, possono essere evitati, in quanto non sembrano offrire significativi benefici». 

L’idea di questa ricerca ha origini lontane. Nel periodo 2000-2005 è stato condotto lo studio prospettico in 134 pazienti con linfoma follicolare avanzato ad alto rischio e meno di 60 anni di età. I risultati avevano indicato che non c’è un vantaggio in termini di sopravvivenza se si utilizza come trattamento di prima linea chemioterapia ad alte dosi più immunoterapia (con rituximab) e autotrapianto, rispetto alla chemioterapia convenzionale più immunoterapia. Sulla base di questi esiti è stato proseguito il follow-up degli stessi pazienti per 13 anni per capire l’evoluzione nel tempo della sopravvivenza.  

Continuando l’osservazione dei pazienti fino a oggi, si è visto che, un po’ inaspettatamente, cinquanta pazienti erano in vita senza aver più avuto, dopo l’iniziale trattamento, alcun segno di linfoma. 

«Le buone notizie legate allo studio sono quindi tre – conclude Tarella – la prima, che il linfoma follicolare può non tornare per 13 anni e più, situazione che fa ritenere la malattia potenzialmente guaribile; la seconda, che l’immunoterapia ha aumentato la sopravvivenza per questo tumore come mai era successo prima e che è inutile, se non dannoso, iniziare i trattamenti con alte dosi di chemioterapia e autotrapianto; e la terza è che, sulla base dei punti precedenti,  possiamo e dobbiamo ora concentrare la ricerca su terapie innovative e sempre più mirate, per cercare di riprodurre i risultati dello studio con trattamenti idealmente ancora più efficaci e meno tossici».