Melanoma. Immunoterapia più efficace se il trattamento comincia prima dell'intervento

La sperimentazione

Melanoma. Immunoterapia più efficace se il trattamento comincia prima dell'intervento

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La sperimentazione indipendente potrebbe riscrivere il modo in cui si cura il più temuto tumore della pelle
di Michele Musso

L’arma a disposizione è sempre la stessa, ma usata in maniera diversa diventa più efficace. È il caso dell’immunoterapia per il trattamento del melanoma: uno studio appena pubblicato su Nature Medicine ha dimostrato che una singola dose di un farmaco immuoterapico anti-PD-1 (pembrolizumab) somministrata prima dell’intervento chirurgico (e non dopo, come avviene ora) assicura ad alcuni pazienti lunghi periodi di remissione. 

L’efficacia di questa nuova strategia terapeutica, che anticipa l’uso del farmaco alla fase pre-operatoria (una sorta di terapia neoadiuvante, come già avviene per la chemio e la radioterapia in diverse neoplasie), è stata testata da ricercatori dell'Abramson Cancer Center presso l'University of Pennsylvania su 27 pazienti con melanoma in stadio III/IV. Un piccolo trial clinico, ma il più ampio mai realizzato con questo specifico approccio.  

Pembrolizumab appartiene alla nuova famiglia dei farmaci immuno-oncologici. Agisce contro la PD-1, una proteina situata sui linfociti T, importanti cellule responsabili dei meccanismi di difesa immunitaria. PD-1 impedisce alle cellule immunitarie di fare il loro dovere e di attaccare il tumore. I farmaci immuno-oncologici sono in grado di bloccare l'azione di queste proteine e riavviare il processo difensivo. 

Attualmente, in presenza di un melanoma operabile, il trattamento prevede un’operazione chirurgica seguita dalla terapia con farmaci immunoterapici (pembrolizumab o simili) per i pazienti con più alto rischio di recidiva.

I ricercatori hanno scombinato l’iter terapeutico somministrando una dose del farmaco inibitore di PD-1 ai 27 pazienti tre settimane prima dell’intervento chirurgico per poi monitorane le condizioni di salute per oltre due anni dall’operazione. Ebbene, 8 pazienti (il 30%) hanno avuto un beneficio inaspettato: a ridosso dell’intervento era rimasto meno del 10 per cento di cellule tumorali e dopo un anno di terapia post-operatoria i pazienti  erano rimasti cancer free per più di due anni. 

I ricercatori hanno anche osservato che la risposta immunitaria successiva alla somministrazione di PD-1 è più rapida di quanto finora si fosse pensato. Bastano sette giorni e non tre settimane, come si credeva, per osservare gli effetti della reazione del sistema immunitario sulle cellule tumorali. 

Non tutti i pazienti però hanno avuto gli stessi vantaggi dalla somministrazione di pembrolizumab prima dell’operazione.

Da che dipende la diversa risposta alla terapia? Secondo i ricercatori il tumore può sviluppare una resistenza al farmaco in due modi: perché intervengono delle mutazioni o perché si verifica un aumento dell’attività di quelle cellule che inibiscono il sistema immunitario. Una maggiore comprensione di questi meccanismi sarà fondamentale per lo sviluppo di cure più efficaci.

Ma, grazie al nuovo studio, già oggi è possibile sapere in anticipo se un paziente risponderà o meno alla terapia con inibitori di PD-1 dopo aver subito un intervento. 

Infatti chi risponde bene al farmaco prima dell’intervento continuerà ad avere una elevata risposta alla terapia anche nel periodo successivo. 

In futuro si potrebbe quindi pensare di adattare la terapia post-operatoria in base agli esiti della terapia pre-operatoria. 

«Sapere molto in anticipo se i pazienti rispondono o meno agli inibitori della PD-1 può darci la possibilità di indirizzare i pazienti verso la terapia più appropriata con le maggiori possibilità di successo», ha detto Alexander C. Huang, autore principale dello studio che è stato realizzato quasi esclusivamente grazie a finanziamenti pubblici (i National Institutes of Health) e del terzo settore (la Tara Miller Foundation, la Melanoma Research Alliance, il David and Hallee Adelman Immunotherapy Research Fund, l’Heisenberg program e il Parker Institute for Cancer Immunotherapy Bridge Scholar Award).

L’azienda farmaceutica che produce il farmaco ( Merck; MSD in Italia) ha fornito le dosi di pembrolizumab necessarie per la sperimentazione.