Nebbia cerebrale da Covid più frequente in chi ha perso l’olfatto per tanto tempo

Lo studio

Nebbia cerebrale da Covid più frequente in chi ha perso l’olfatto per tanto tempo

Covid-19 può influire sulle funzioni cognitive e anche accelerare la comparsa dei sintomi dell’Alzheimer. Le persone più a rischio sono quelle che hanno perso il senso dell’olfatto indipendentemente dalla gravità della malattia. I primi risultati sull’impatto a lungo termine di Covid sul cervello

Sad-Mental-Illness.jpg

Immagine: Fotorech, CC0, via Wikimedia Commons
di redazione

Confusione, difficoltà di concentrazione, problemi di memoria. Sono i sintomi della cosiddetta “nebbia cerebrale (brain fog)” che si possono manifestare nei pazienti guariti da Covid. Un po’ vaghi, forse, ma talmente ricorrenti da fare pensare che l’infezione possa effettivamente causare qualche disfunzione cognitiva a lungo termine. Constatare una casistica però è una cosa diversa dal dimostrare una relazione di causa ed effetto. Finora erano stati raccolti tanti indizi, una consistente aneddotica, ma nessuna certezza. Ora un nuovo studio presentato nel corso della Alzheimer's Association International Conference sembrerebbe avvicinarsi molto a quella che potrebbe essere l’effettiva prova di un nesso tra Covid-19 e i disturbi cognitivi. 

I dati arrivano da un’indagine internazionale promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per raccogliere informazioni sulle conseguenze a lungo termine di Covid-19 sull’apparato respiratorio, gastrointestinale e sul sistema nervoso centrale.

La ricerca è stata affidata a un consorzio di scienziati di 40 Paesi di cui fa parte anche l’Alzheimer's Association e la San Antonio Long School of Medicine dell’Università del Texas, i due enti che hanno firmato il nuovo studio sul legame tra Covid e le capacità cognitive. 

I ricercatori hanno monitorato le funzioni cerebrali e il senso dell’olfatto di 300 persone anziane colpite da Covid nei tre-sei mesi successivi all’infezione. 

Più della metà dei pazienti soffriva di disturbi della memoria e circa un quarto aveva difficoltà di linguaggio e mostrava un deficit nella funzione esecutiva (difficoltà nel portare a termine un compito). 

Questi disturbi erano associati alla perdita prolungata del senso dell’olfatto  ma non alla gravità della malattia originale. Anche chi aveva avuto Covid in forma lieve ma aveva perso la capacità di distinguere gli odori era a rischio di disfunzioni cognitive. Trattandosi però di persone anziane è difficile stabilire quanto dipenda dall’infezione e quanto invece dall’età. Potrebbe darsi che la nebbia cerebrale sia dovuta più all’avanzare degli anni che al virus, oppure che l’impatto psicologico della malattia non abbia fatto altro che accentuare i sintomi di un processo già in corso. Per valutare le effettive responsabilità di Sars-Cov-2, gli scienziati sono andati in cerca nei campioni di plasma dei pazienti di specifiche molecole associate al danno cerebrale, alla neuro-infiammazione e all’Alzheimer. I biomarcatori in questione sono la proteina Tau, il neurofilamento leggero (Nfl), la proteina fibrillare acida della glia (GFAP), ubiquitina C-terminale idrolasi L1 (UCH-L1) e le proteine beta amiloidi. 

Nel campione dei 300 pazienti, 158 erano positivi a Sars-Cov-2 e mostravano sintomi neurologici, 152 avevano contratto l’infezione ma non avevano avuto conseguenze sul sistema nervoso centrale. Il disturbo neurologico più comune consisteva in una forma di confusione mentale dovuta all’encefalopatia tossico-metabolica (TME), la malattia dell’encefalo che è conseguenza di infezioni virali, batteriche o parassitarie. Nei pazienti che inizialmente avevano funzioni cognitive normali, i ricercatori hanno osservato livelli più elevati dei biomarcatori dei danni cerebrali in coloro che avevano sviluppato l’encefalopatia tossico-metabolica. Inoltre gli individui che hanno mostrato segni di declino cognitivo dopo l'infezione da Covid avevano maggiori probabilità di avere un basso livello di ossigeno nel sangue nel test sotto sforzo suggerendo che le difficoltà di memoria o concentrazione e la confusione mentale possano essere la conseguenza di una insufficiente ossigenazione del cervello.  

«Stiamo iniziando a vedere chiare connessioni tra Covid-19 e problemi cognitivi persistenti mesi dopo l’infezione.  È necessario continuare a studiare questa popolazione, e altre in tutto il mondo, per un periodo di tempo più lungo per comprendere ulteriormente gli impatti neurologici a lungo termine del COVID-19», ha dichiarato Gabriel de Erausquin, della San Antonio Long School of Medicine dell’Università del Texas.