Non sempre abbassare la pressione è un bene

Il dubbio

Non sempre abbassare la pressione è un bene

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La mortalità tra gli ultra-ottantenni con livelli di pressione al di sotto dei 140/90 è del 40% più alto rispetto a quello registrato tra le persone della stessa età con valori pressori al di sopra della soglia di sicurezza. 
di redazione

È stato considerato a lungo il “dogma” indiscusso della prevenzione cardiovascolare, una norma universale da rispettare sempre e comunque: la pressione alta è pericolosa e deve essere mantenuta al di sotto della soglia di sicurezza (in Europa 140/90 mmHg, negli Usa 130/80mmHg).  Ora un gruppo di ricercatori del Charité - Universitätsmedizin di Berlino mette in discussione quanto proposto dalle linee guida delle associazioni di cardiologi, dimostrando che la regola non vale per tutti. Fanno eccezione le persone over 80 e gli adulti con precedenti casi di infarto o ictus. Per loro è vero esattamente il contrario: una riduzione della pressione è associata a un maggiore rischio di morte. 

L’affermazione suonerebbe come un’eresia se non fosse il frutto di un rigoroso studio epidemiologico, il Berlin Initiative Study, condotto su più di 1600 donne e uomini con più di 70 anni di età seguiti per 7 anni dal 2009 al 2016. Tutti i partecipanti seguivano una terapia a base di farmaci antipertensivi. L’obiettivo del trattamento era mantenere la pressione al di sotto della soglia massima indicata dalle linee guida europee, pari a 140/90 mmHg. Se lo studio fosse stato condotto negli Usa il traguardo sarebbe stato ancora più ambizioso: secondo i parametri statunitensi infatti la sistolica e la diastolica per le persone over 65 dovrebbe mantenersi al di sotto del valore di 130/80 mmHg.  

I risultati dell’indagine, pubblicati sull’European Heart Journal, impongono dei nuovi dovuti distinguo.  Sì perché, inaspettatamente, il tasso di mortalità per ogni causa tra le persone con più di 80 anni con livelli “ottimali” di pressione, al di sotto dei 140/90, era del 40 per cento più alto rispetto a quello registrato tra gli individui della stessa età con valori di sistolica e diastolica al di sopra della soglia di sicurezza. 

Lo stesso sorprendente scenario è apparso agli occhi dei ricercatori quando hanno preso in considerazione le persone con episodi precedenti di infarto o ictus. Anche in questo caso il rischio di morte era più alto (del 61 per cento) tra chi manteneva sotto controllo la pressione con la terapia rispetto a chi, pur assumendo farmaci, continuava a oltrepassare i limiti suggeriti dalle linee guida. I ricercatori hanno tenuto conto nella loro valutazione degli altri fattori di rischio che avrebbero potuto influenzare il risultato, come il peso, lo stile di vita, il genere o la presenza di diabete.

I farmaci antipertensivi più comunemente utilizzati erano i diuretici (60%), i beta-bloccanti (59%), gli Ace inibitori (50%), i calcio-antagonisti (34%) e gli antagonisti dei recettori dell'angiotensina (Arb) (30%). Complessivamente, il 31 per cento dei pazienti era in monoterapia e il 69 per cento in terapia combinata.

Lo studio dimostra che in alcune fasce di popolazione i trattamenti per abbassare la pressione sistolica e diastolica al di sotto dei 140/90 mmHg, non portano i benefici sperati. Anzi: tra le persone over 80 il rischio di morte aumenta del 40 per cento e tra chi ha avuto eventi cardiovascolari del 61 per cento.

Se poi si cerca di andare oltre e raggiungere gli standard statunitensi dei 130/80mmHg, i pericoli per la salute sono ancora maggiori. 

«I nostri risultati mostrano chiaramente che, all'interno di questi gruppi di pazienti, il trattamento antipertensivo deve essere regolato in base alle esigenze dell’individuo. Dovremmo abbandonare l'approccio generale nell’applicazione delle raccomandazioni delle associazioni professionali a tutti i gruppi di pazienti», ha dichiarato Antonios Douros dell'Istituto di farmacologia e tossicologia clinica di Charité, principale autore dello studio.