Osteoporosi. Bocciata la chirurgia vertebrale: non funziona per alleviare il dolore

Lo studio

Osteoporosi. Bocciata la chirurgia vertebrale: non funziona per alleviare il dolore

La vertebroplastica non è più efficace di un intervento placebo
redazione

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La vertebroplastica percutanea consiste nell'iniezione di un “cemento” biocompatibile nel corpo della vertebra. Sulla sua efficacia si è a lungo dibattuto. Uno studio del Bmj mostra che non funziona meglio di un placebo

Le ossa diventano fragili e si rompono con facilità e la maggior parte delle fratture avviene nella colonna vertebrale. Succede con l’osteoporosi una delle patologie più temute da chi ha superato i 50 anni. Tra le opzioni terapeutiche più diffuse per le cosiddette “fratture vertebrali da compressione” c’è la vertebroplastica percutanea, una procedura di radiologia interventistica che consiste nell'iniezione di un “cemento” biocompatibile nel corpo della vertebra.

Funziona davvero? Secondo gli autori di uno studio appena pubblicato sul Bmj la risposta è semplice e inequivocabile: “no”. Ma i ricercatori trovano un modo più articolato per dirlo: «i risultati del nostro studio non sostengono la vertebroplastica come un trattamento standard nei pazienti con fratture vertebrali da osteoporosi». La vertebroplastica, sostengono gli autori, non è più efficace di un placebo nell’offrire sollievo dal dolore. Con questo studio si è cercato di mettere fine alla lunga discussione che ha tenuto impegnati gli addetti ai lavori sui rischi, i costi e i benefici della procedura. 

Per cercare di arrivare a un punto fermo, i ricercatori hanno condotto il più dirimente degli esperimenti: confrontare i risultati di un vero intervento con quelli di uno finto. Lo studio ha coinvolto 180 pazienti adulti con più di 50 anni di età che possedevano da una a tre fratture vertebrali dolorose risalenti fino a nove settimane prima. I pazienti sono stati assegnati in modo casuale a due gruppi: il primo è stato sottoposto alla vertebroplastica, il secondo a una procedura fasulla che prevedeva l’anestesia locale e l’iniezione ma non l’introduzione del “cemento” nella vertebra.  

Per valutare i risultati dei due interventi, i ricercatori hanno monitorato periodicamente la percezione del dolore (dopo un giorno, una settimana, uno, tre, sei mesi e un anno dall’intervento) e la qualità di vita dei pazienti, osservando i segnali di disabilità nell’arco di 12 mesi. 

Il dolore è stato misurato ricorrendo alla scala visuo-analogica del dolore che prevede un punteggio da 0 (nessun dolore) a 10 (dolore intenso). Per “sollievo significativo” si intende una riduzione del dolore di almeno 1,5 punti.

Ebbene, i pazienti di entrambi i gruppi hanno dichiarato di avere ridotto le loro sofferenze dopo l’intervento. Ma alla fine dei 12 mesi di osservazione non è stata trovata alcuna differenza nella riduzione del dolore tra i pazienti sottoposti alla vera procedura e quelli sottoposti alla finta. La vertebroplastica non ha avuto alcun effetto sulla qualità di vita e sulla disabilità dei pazienti. 

«La vertebroplastica percutanea per trattare fratture da compressione vertebrale causate dall’osetoporosi - concludono i ricercatori - non ha assicurato un sollievo dal dolore statisticamente significativo rispetto a una finta procedura nei 12 mesi di follow-up».