Potrebbe esserci un problema con il vaccino per Covid negli anziani. Ma anche una soluzione

La beffa

Potrebbe esserci un problema con il vaccino per Covid negli anziani. Ma anche una soluzione

C’è il rischio che il tanto atteso vaccino anti-Covid non funzioni bene proprio nella categoria più duramente colpita dal virus, gli anziani. La loro risposta al vaccino è più debole perché il loro sistema immunitario è meno reattivo. Come rimediare? Cercando di ringiovanirlo con farmaci ad hoc

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Immagine: Reinhold Möller, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
di redazione

Oltre al danno, la beffa. Il tanto atteso vaccino contro Covid-19 potrebbe essere meno efficace nelle persone anziane che sono invece quelle che ne avrebbero maggior bisogno. C’è il rischio, cioè, che l’arma con cui si spera di porre fine alla pandemia possa non essere risolutiva: potrebbe infatti lasciare esposti al virus proprio gli individui più fragili. 

È un rischio che gli scienziati impegnati nei trial clinici dei 50 candidati vaccini attualmente in fase sperimentale sull’uomo conoscono bene e che stanno cercando di scongiurare. Come? Cercando il modo di ringiovanire il sistema immunitario. E magari, perché no, insieme al vaccino troveranno anche un rimedio anti-ageing. 

L’ostacolo da superare: l’immunosenescenza

La barriera difensiva di una persona anziana è piena di buchi: scarseggiano i linfociti T, incaricati di rispondere ai nuovi invasori, e i linfociti B responsabili della produzione di anticorpi. Gli agenti patogeni non fanno fatica a superarla e a introdursi nell’organismo.

Il fenomeno dell’immunosenescenza non è una novità per chi si occupa di vaccini. Il sistema immunitario invecchia come tutto il resto dell’organismo e risponde con meno prontezza al comando del vaccino di attivarsi in presenza del virus. La sfida della scienza in cerca di un vaccino anti-Covid, come ricorda un articolo su Nature, non è quindi affatto banale: trovare il modo di garantire lo stesso livello di immunità tanto ai giovani quanto agli anziani. 

Alla ricerca di un vaccino senza età 

Tra i 50 prodotti in sperimentazione sull’uomo, qualcuno sembra al momento riuscire meglio di altri a offrire agli anziani una protezione equivalente a quella dei giovani. 

Il candidato della farmaceutica Moderna (Usa), il vaccino mRNA-1273, è stato testato in fase I su 40 persone con più di 56 anni dimostrando di riuscire a produrre la stessa quantità di anticorpi riscontrata in un gruppo di persone più giovani. 

Lo scorso 9 settembre l’azienda biotech cinese Sinovac aveva annunciato che il suo vaccino CoronaVac si era dimostrato efficace a ogni età, riportando i risultati di uno studio di fase I/II che aveva coinvolto 421 adulti tra i 60 e gli 89 anni. 

Meno promettenti sono invece i dati dello studio di fase I di Pfizer e BioNTech: il loro candidato, BNT162b2, provoca negli anziani una risposta immunitaria dimezzata rispetto a quella raggiunta nei giovani. 

Va precisato però che il numero degli anticorpi ottenuti con questo vaccino nella popolazione anziana è notevolmente più elevato di quello sviluppato dopo l’infezione da Sars-Cov-2, ma non è ancora chiaro se quella quantità sia sufficiente a impedire il contagio. 

Obiettivo: ringiovanire gli anziani

La corsa al vaccino viaggia parallelamente a quella della ricerca anti-ageing. Si è capito infatti che i farmaci anti-invecchiamento possono avere un ruolo chiave nella riuscita di una eventuale campagna vaccinale contro Covid. Il vaccino non funziona sulle persone anziane? Ringiovaniamo gli anziani. 

Tra gli obiettivi dei virologi in cerca del vaccino c’è quindi anche quello di ringiovanire il sistema immunitario per permettergli di sfruttare al massimo le potenzialità dell’immunizzazione. 

L’attenzione si è concentrata su una classe di farmaci con promettenti potenzialità anti-ageing che inibiscono una proteina chiamata mTOR. Negli studi su animali l’inibizione di questa proteina si è tradotta in una maggiore longevità. I trial clinici sugli esseri umani hanno dato risultati meno evidenti, ma comunque degni di attenzione per quel che riguarda Covid. Le persone che avevano ricevuto farmaci inibitori di mTOR  avevano infezioni da cronavirus meno gravi . Questi risultati risalgono a un periodo pre-pandemia ma hanno ispirato nuove indagini attualmente in corso. 

Una di queste coinvolge 550 persone residenti in case di riposo per anziani e ha l’obiettivo di testare l’efficacia di RTB101, un nuovo inibitore di mTOR simile al prodotto già in commercio rapamicina o sirolimus, un farmaco attualmente testato come potenziale terapia in pazienti affetti da Covid. 

Tra gli inibitori di mTOR c’è anche la metformina, la nota medicina per il diabete 2. Alcuni studi suggeriscono che i pazienti con Covid in cura con la metformina abbiano un decorso della malattia meno grave con minori possibilità di essere ricoverati. 

Un gruppo di ricercatori cinesi ha scoperto che il tasso di mortalità tra i pazienti ricoverati per Covid che assumevano metformina era molto inferiore rispetto a quello delle persone che non assumevano il farmaco: 2,9 per cento contro 12,3 per cento. 

Questi dati sono in parte confermati da un altro studio americano ancora non sottoposto a revisione, secondo il quale le donne, ma non gli uomini, over 70 che assumono metformina hanno un tasso di mortalità molto più basso di chi non segue la terapia per il diabete. 

A cosa si deve l’effetto protettivo della metformina nei malati di Covid?  Malattie come il diabete e l’obesità hanno alcuni tratti comuni con l’invecchiamento. Potrebbe darsi quindi che il farmaco che si è dimostrato efficace nelle patologie metaboliche possa avere un effetto anti-ageing sul sistema immunitario. Per questo si sta valutando l’ipotesi di ricorrere alla metformina sia come terapia per i pazienti con Covid sia come potenziatore del sistema immunitario in aiuto al vaccino. 

Si pensa che la metformina possa migliorare il metabolismo dei linfociti T aumentandone la capacità di reagire alle minacce di agenti patogeni esterni. Se l’ipotesi venisse confermata, avremmo trovato la soluzione ideale: un farmaco economico, sicuro e ampiamente diffuso potrebbe essere abbinato al vaccino per aumentarne l’efficace negli anziani. 

Altri potenziali candidati a svolgere la stessa funzione, ossia a potenziare le difese immunitarie, sono il losmapimod, un medicinale utilizzato per la distrofia muscolare, e i cosiddetti “senolitici”, che aiutano a liberare il corpo delle cellule superflue che l’organismo invecchiando non riesce più a eliminare. Sono in corso sperimentazioni per testare l’utilità di entrambi i farmaci nelle infezioni da Sars-Cov-2.

L’altra possibilità

Se ringiovanire il sistema immunitario si dovesse rivelare troppo impegnativo, potrebbero essere tentate altre strade per aumentare il potere protettivo del vaccino tra le persone anziane. Si possono realizzare vaccini su misura per gli anziani che contengano un maggiore dosaggio degli antigeni del virus o si può ricorrere agli adiuvanti, le sostanze che potenziano l’azione del vaccino, validi per tutti. Questi farmaci agiscono potenziando le risposte immunitarie allo specifico antigene, ma non sono capaci di ringiovanire il sistema immunitario come promettono di fare i farmaci di cui abbiamo parlato finora. 

In conclusione, sembrano esserci due possibilità per rendere il vaccino efficace negli anziani: rinforzare il vaccino o ringiovanire gli anziani.