Prevenire l’infarto con un antinfiammatorio

La scoperta

Prevenire l’infarto con un antinfiammatorio

Tenere sotto controllo il colesterolo è importante. Ma anche l'infiammazione gioca un ruolo decisivo
redazione

È la mossa vincente con cui si chiude una partita iniziata più di vent’anni fa. Così Paul M. Ridker, direttore  del Center for Cardiovascular Disease Prevention del Brigham and Women's Hospital di Boston, commenta i risultati dello studio che finalmente dimostrano che farmaci antinfiammatori hanno la capacità di prevenire l’infarto. Il sospetto che le infiammazioni fossero associate a un maggiore rischio di arresto cardiaco è nato tempo fa da una semplice osservazione: «La metà dei casi di infarto - dice Ridker - riguarda persone che non hanno un colesterolo alto». 

Il nuovo studio, presentato al convegno dell’European Society of Cardiology (Esc), contiene importanti novità. La salute del cuore non dipende solo dall’Ldl, il colesterolo cattivo da anni sul banco degli imputati, ma anche dallo stato infiammatorio dell’organismo. 

Ed è così che i ricercatori spiegano l’efficacia delle statine nella prevenzione del rischio cardiovascolare: oltre ad abbassare i livelli di colesterolo, i farmaci in questione sono in grado di ridurre i valori della proteina C reattiva (Pcr), il principale indicatore di un’infiammazione in corso. 

Ma i risultati ottenuti questa volta hanno poco a che vedere con la capacità di ridurre il colesterolo. Lo studio (definito Cantos Trial 2) nasce con lo scopo di osservare se l’assunzione di un antinfiammatorio nei pazienti che hanno già avuto un infarto riduce il rischio di un secondo episodio. Il farmaco in questione è il canakinumab, un anticorpo monoclonale contro l’artrite reumatoide e giovanile sviluppato da Novartis. La molecola agisce neutralizzando l’attività dell’ interleuchina-1β, che ha un ruolo chiave in molti processi infiammatori. 

I ricercatori hanno reclutato circa 10 mila pazienti con due requisiti in comune: tutti avevano avuto un attacco di cuore e tutti mostravano livelli elevati di Pcr. Ognuno di loro è stato sottoposto al classico “bombardamento” terapeutico con statine per abbassare i livelli di colesterolo. Alcuni pazienti, in maniera casuale, hanno ricevuto in aggiunta al trattamento standard tre dosi diverse di canakinumab, da 50, 150 o 300 mg somministrate con iniezioni sottocutanee una volta ogni tre mesi. Il gruppo di controllo invece ha assunto un placebo al posto dell’antinfiammatorio. Il periodo di osservazione è durato quattro anni. 

I risultati dimostrano la capacità dell’antinfiammatorio di prevenire il secondo infarto. Canakinumab, nelle dosi di 150 o 300 mg,  riduce il rischio dell’evento cardiovascolare rispettivamente del 15 per cento e del 14 per cento. È un dato modesto ma significativo. 

«Per la prima volta - afferma Ridker -  siamo stati capaci di dimostrare definitivamente che abbassando l’infiammazione indipendentemente dal colesterolo si riduce il rischio cardiovascolare». 

Abbiamo osservato che in pazienti ad alto rischio, un farmaco che riduce l’infiammazione ma non ha alcun effetto sul colesterolo riduce il rischio di un infarto».

Per Ridker siamo entrati nella terza era della prevenzione in cardiologia: la prima ha riconosciuto l’importanza della dieta , dell’attività fisica e i pericoli del fumo, la seconda si è concentrata sul colesterolo cattivo, ora è il momento di riconoscere il ruolo dell’infiammazione.