Protesi al ginocchio: vale la pena solo nei casi più gravi

Costi-benefici

Protesi al ginocchio: vale la pena solo nei casi più gravi

Alla maggior parte dei pazienti non cambia la vita, mentre i costi per la sanità sono elevatissimi
redazione

Il ginocchio fa male, la cartilagine è consumata, i movimenti sono limitati. I primi segnali dell’osteoartrite, una delle principali cause di disabilità nel mondo, possono arrivare già 40 anni mandando a monte i tanti progetti di chi  confidava in una prolungata e atletica giovinezza. La soluzione che va per la maggiore? Sostituire l’articolazione originale con una protesi. Negli Stati Uniti dal 2000 ad oggi il numero degli interventi è raddoppiato arrivando alla cifra record di 640mila all’anno. 

È un campanello di allarme che impone  agli esperti di salute pubblica di cimentarsi al più presto nel consueto calcolo del rapporto tra costi e benefici per la sanità. Il compito è stato svolto da un gruppo di ricercatori statunitensi e dei Paesi Bassi che, dati alla mano, ha valutato l’impatto dell’intervento per la protesi totale del ginocchio sulla qualità della vita dei pazienti e sulla spesa sanitaria, attualmente giunta a 10,2 miliardi di dollari all’anno. 

La conclusione, pubblicata sul Bmj, è un invito ai chirurghi a usare il bisturi con meno disinvoltura: nei pazienti con sintomi di osteoartrite non particolarmente intensi la protesi totale del ginocchio, detto nel modo più chiaro possibile, non cambia più di tanto la vita. E, quindi, è finanziariamente poco allettante. 

La valutazione cambia in presenza di casi più gravi. Se la procedura viene destinata esclusivamente a chi si trova in situazioni gravi con dolori molto forti e invalidanti, lo scenario si capovolge: l’efficacia dell’intervento chirurgico aumenta insieme alla convenienza economica. 

Il verdetto che condanna l’attuale ricorso eccessivo alla sala operatoria si basa sull’analisi dei risultati di due studi americani che avevano coinvolto circa 7.500 pazienti di età compresa tra i 45 e i 79 anni che presentavano sintomi di osteoartite o mostravano cartilagini particolarmente consumate a rischio di degenerare. Per misurare la qualità di vita dei partecipanti, i ricercatori si sono serviti di una scala di valutazione chiamata Sf-12, un questionario sullo stato di salute, e hanno combinato i risultati con i punteggi ottenuti dall’analisi specifica sull’impatto dell’osteoartrite. I pazienti sono stati monitorati per un lungo periodo, fino a nove anni, dopo l’intervento chirurgico. 

I ricercatori hanno osservato che, per la maggior parte delle persone, la qualità di vita cambia di poco dopo l’operazione, mentre l’introduzione di una protesi può fare la differenza nei pazienti che si presentano dal chirurgo con punteggi molto bassi nella scala di valutazione del benessere. 

«Data la sua scarsa efficacia nelle persone con limitati danni alle funzioni motorie - concludono gli autori - l’intervento chirurgico di totale sostituzione del ginocchio in questi pazienti appare economicamente ingiustificabile. Un considerevole risparmio può essere ottenuto limitando la scelta dei pazienti con osteoartrite con sintomi più gravi».

I ricercatori invitano, quindi, a individuare strade alternative alla chirurgia, meno invasive e più economiche per aiutare le persone più giovani con sintomi meno invalidanti a migliorare la qualità di vita.