Psa: se si assumono farmaci per la prostata ingrossata i valori non sono affidabili e potrebbero nascondere un tumore

L’avvertimento

Psa: se si assumono farmaci per la prostata ingrossata i valori non sono affidabili e potrebbero nascondere un tumore

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Chi assume gli inibitori della 5-alfa reduttasi ha il doppio di probabilità di ricevere una diagnosi di tumore metastatico rispetto a chi non assume i farmaci
di redazione

Non fidarsi è meglio. Sono in molti a pensarlo quando si tratta del test del Psa, tanto che lo screening generalizzato viene per lo più sconsigliato. Perché il risultato può condurre tanto a sovradiagnosi quanto a sottodiagnosi. Livelli alti di Psa non sempre sono indicativi di un tumore e si corre il rischio in questo caso di peccare per eccesso di zelo esagerando con trattamenti non necessari.  Di questo aspetto si è parlato a lungo. Meno noto è il pericolo opposto. Ci sono anche casi in cui bassi livelli di Psa non sono necessariamente rassicuranti e non possono escludere la presenza di un cancro alla prostata. Quei valori potrebbero essere infatti essere falsati dalle terapie assunte per il trattamento di un difetto benigno della prostata come l’iperplasia prostatica benigna. In questo caso si rischia una sottodiagnosi. 

I ricercatori dell’University of California San Diego School of Medicine hanno dimostrato che gli uomini che assumono farmaci per curare l’ingrossamento della prostata (iperplasia prostatica benigna) rischiano di avere un ritardo di due anni nel riconoscimento di un carcinoma prostatico e di scoprire la malattia quando si trova già ad uno stadio avanzato. 

I farmaci per l’iperplasia prostatica che inibiscono l’enzima 5-alfa reduttasi, infatti, provocano un abbassamento artificiale dei livelli dell’antigene prostatico specifico alterando la realtà e compromettendo l’affidabilità dell’esame del Psa. Precedenti studi hanno dimostrato che le medicine per la prostata ingrossata possono addirittura dimezzare i livelli di Psa rilevati nel sangue. 

Per conoscere le effettive condizioni di salute del paziente, i risultati del test dovrebbero quindi essere opportunamente corretti tenendo presente l’effetto offuscante delle medicine assunte. Ma non sempre questa operazione di “pulizia” dei dati viene eseguita e troppo spesso i bassi livelli di Psa vengono genericamente considerati poco allarmanti, senza fare i dovuti distinguo.

Almeno secondo gli autori di uno studio pubblicato su Jama Internal Medicine condotto su più di 80mila uomini che si erano sottoposti al test del Psa tra il 2001 e il 2015.

Dall’analisi dei dati è emerso che solamente il 29 per cento dei pazienti in cura con inibitori della 5-alfa reduttasi (5Ari) ha effettuato una biopsia entro due anni da un test del Psa dall’esito sospetto in confronto al 59 per cento degli uomini che non assumeva i farmaci in questione. 

Inoltre, il 25 per cento di chi assumeva medicine per la prostata ingrossata riceveva una diagnosi a uno stadio avanzato della malattia, in confronto al 17 per cento delle persone che non seguivano la stessa terapia. 

Infine, il 7 per cento dei pazienti in cura con inibitori della 5-alfa reduttasi aveva un tumore metastatico rispetto al 3 per cento degli uomini non in cura. 

«Il test del Psa può a essere uno strumento efficace per individuare il cancro alla prostata tra gli uomini che usano gli inibitori della 5-alfa reduttasi, a patto però che i livelli di Psa vengano aggiustati tenendo conto della soppressione del Psa che si verifica durante l'assunzione di questi farmaci. I nostri dati suggeriscono che la soppressione del Psa in questa popolazione non è stata regolarmente valutata durante lo screening per il cancro alla prostata con la conseguenza di ritardi nella diagnosi, che potrebbero aver lasciato avanzare la malattia riducendo le possibilità di cura», ha dichiarato Reith R. Sarkar, primo firmatario dello studio.