Sì alla Tavi, ma solo nei centri che eseguono molti interventi

La quantità conta

Sì alla Tavi, ma solo nei centri che eseguono molti interventi

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Si stima che tra Europa e Stati Uniti ci siano circa 270 mila candidati alla Tavi ogni anno. Anche un aumento minimo della mortalità nei centri a minor volume potrebbe significare migliaia di decessi in più
di redazione

Meno di un mese fa era arrivato il via libera alla sua esecuzione anche nei pazienti giovani e non solo in quelli anziani che non potessero sopportare un intervento a cielo aperto. Ora, per la Tavi, l'operazione di sostituzione della valvola aortica per via percutanea, arrivano i primi paletti: OK all'intervento, ma solo nei centri che eseguono un alto numero di procedure poiché laddove la dimestichezza con questo approccio non è alta aumenta anche la mortalità. 

L'avvertimento arriva da uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine secondo il quale negli ospedali con un minor numero di interventi con tecnica Tavi si registra un tasso di mortalità maggiore del 19 per cento rispetto ai centri che eseguono più operazioni di questo tipo.

La ricerca condotta dal Duke Clinical Research Institute ha preso in considerazione oltre 113 mila procedure eseguite in 555 ospedali da 2.960 operatori. Una casistica sufficientemente ampia da produrre risultati affidabili.

Sono stati scelti inoltre gli interventi eseguiti tra il 2015-2017, un periodo di osservazione recente per escludere dall’indagine le procedure più obsolete.

Per ulteriore scrupolo, i ricercatori hanno poi escluso gli interventi di Tavi eseguiti nel primo anno di attività da ciascun ospedale, considerando un inevitabile periodo di training per raggiungere il massimo della qualità. 

Ciononostante, la quantità delle operazioni eseguite è rimasta un indicatore della qualità degli interventi. 

«Abbiamo trovato che esiste ancora una stretta relazione tra il volume annuale delle procedure e la mortalità a 30 giorni, a livello di ospedali. Anche prendendo in considerazione i nuovi strumenti e la curva di apprendimento che i nuovi centri affrontano nei primi 12 mesi dall’inizio del programma», ha dichiarato Sreekanth Vemulapalli, a capo dello studio.

Nel dettaglio, gli ospedali che eseguivano il numero più basso di interventi mininvasivi avevano il tasso di mortalità a 30 giorni pari al 3,19 per cento. All’estremo opposto, negli ospedali con il maggior numero di procedure si registrava un tasso di mortalità, pari al 2,66 per cento.

Sembra un'inezia, ma per un intervento che ha ogni anno 270 mila candidati tra Europa e Stati Uniti, equivale a un risparimio di migliaia di decessi.

Ora resta da capire quale sia la soglia al di sotto della quale è sconsigliato eseguire la procedura per garantire ai pazienti il massimo della sicurezza. Tenendo conto che la prima ragione per cui si preferisce la Tavi rispetto alla chirurgia tradizionale è proprio la maggiore sicurezza della nuova tecnica.