Le scorciatoie mentali che fanno sbagliare i medici

La riflessione

Le scorciatoie mentali che fanno sbagliare i medici

Se un parto cesareo ha qualche complicanza, ci sono probabilità maggiori che il successivo sia un parto naturale. E viceversa. Perché spesso i medici decidono ricorrendo alle cosiddette “euristiche cognitive”, scorciatoie mentali utilizzate per scelte sbrigative. È umano, ma può essere rischioso

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Immagine: Salimfadhley at English Wikipedia, FAL, via Wikimedia Commons
di redazione

Scorciatoie mentali basate sull’intuito, escamotage del pensiero usate per fare scelte sbrigative. In psicologia le chiamano “euristiche cognitive” e di solito inducono ad agire senza riflettere, ragionando soprattutto per inerzia: quel che è successo prima succederà dopo. Se è un medico in sala parto a pensarla così, per le donne può essere un problema. Lo dimostra uno studio appena pubblicato su Science secondo il quale troppo spesso le decisioni cliniche vengono prese in base al caso trattato in precedenza senza effettuare una nuova valutazione.

Il modello di comportamento è del tipo “win-stay, lose-shift”: se l’esperienza è stata un successo si ripete tale e quale, se è stata un fallimento si cambia. In concreto, se una donna ha avuto complicanze durante un parto naturale è molto probabile che per il parto successivo il medico scelga di procedere con un cesareo, indipendentemente dalle condizioni cliniche della paziente e viceversa. 

I ricercatori si sono accorti dell’eccessivo ricorso alle euristiche cognitive da parte dei medici analizzando 86mila parti seguiti da 231 ginecologi. Ebbene, quando qualcosa va storto con il parto cesareo c’è il 3,6 per cento di probabilità in più che il successivo parto sia naturale. Se le complicanze avvengono con un parto naturale, la probabilità che la nuova paziente venga sottoposta a un cesareo aumentano del 3,4 per cento. Anche se queste decisioni prese a “cervello leggero” per lo più non hanno conseguenze troppo gravi, comunque comportano, per usare un termine medico, “esiti sub-ottimali”. E visto che si tratta di un’esperienza cruciale nella vita di una donna il “sub-ottimale” andrebbe scongiurato. 

Lo studio non vuole essere un atto di accusa contro i medici: fare scelte istintive semplificando al massimo il ragionamento è umano, a volte anche utile e necessario, sottolineano gli autori. I risultati dell’indagine servono piuttosto a far riflettere sulle conseguenze negative di un modus operandi molto diffuso per aiutare a individuare strategie correttive. 

I medici sono costantemente obbligati a valutare informazioni complesse prima di prendere delle decisioni cliniche per i loro pazienti ed è normale voler saltare subito alle conclusione evitando tutti i passaggi del ragionamento. Non è come saltare nel buio pensando “o la va o la spacca”, piuttosto è come camminare di fretta senza guardare dove si mettono i piedi con la speranza di arrivare il prima possibile a destinazione ma con il rischio di inciampare in qualche buca.  

«È tempo di riconoscere la prevalenza dell'euristica e dei pregiudizi decisionali nella pratica clinica e di considerare questi modelli come prevedibilmente umani invece di incolpare i singoli medici. Solo allora possiamo iniziare ad aiutare i medici a migliorare le decisioni cliniche e, di conseguenza, la salute dei pazienti», scrivono gli autori di un editoriale correlato allo studio.