Sindrome dell’intestino irritabile. Anche una app può migliorare la qualità di vita

Nuovi approcci

Sindrome dell’intestino irritabile. Anche una app può migliorare la qualità di vita

Tecniche di terapia cognitivo comportamentale, sessioni di mindfulness, esercizi di yoga. Tutto per ristabilire la connessione ideale tra intestino e cervello. Così la app Zemedy riesce là dove spesso le terapie tradizionali falliscono: migliorare la qualità di vita dei pazienti

di redazione

Esercizi di mindfulness e di yoga per rilassarsi, consigli sull’alimentazione, un monitoraggio costante dei sintomi e la possibilità di condividere esperienze, dubbi e progressi con altre persone, tutte accomunate dallo stesso disturbo_ la sindrome dell’intestino irritabile. È quanto offre una app ideata per aiutare i pazienti affetti dalla cosiddetta “colite” a gestire il proprio malessere attraverso la terapia cognitivo comportamentale. 

Secondo i risultati di uno studio, pubblicato nella versione non ancora definitiva, dopo 8 settimane di utilizzo della app, il cui nome è Zemedy, si ottengono benefici tangibili: migliora la qualità di vita, si riducono i sintomi gastrointestinali, si vivono in maniera meno ansiosa le manifestazioni della malattia. Il benessere conquistato grazie alla app prosegue nei tre mesi successivi alla conclusione del programma. Zemedy si dimostra così molto più efficace dei trattamenti tradizionali che prevedono diete rigide, l’uso di lassativi o antispastici, e a volte anche l’impiego di ansiolitici per ridurre lo stress.

«Questo tipo di trattamenti ha lo scopo di ridurre i sintomi. Ma non c’è nessuna terapia che cerca di risolvere le cause profonde del disturbo», ha dichiarato Melissa Hunt, psicologa del dipartimento della University of Pennsylvania, a capo del trial clinico su Zemedy.

La nuova app si basa su un approccio differente. L’idea di fondo  è quella di ristabilire un collegamento tra intestino e cervello attraverso interventi di terapia cognitivo comportamentale. 

I ricercatori hanno selezionato 121 partecipanti dividendoli in due gruppi: il primo ha scaricato la app e ha cominciato a seguire il programma organizzato in 10 moduli, il secondo è stato messo in lista d’attesa con la promessa che avrebbe potuto usare la app successivamente. Tutti i volontari avevano compilato un questionario all’inizio dello studio descrivendo i sintomi e l’impatto sulla qualità di vita della malattia. Una seconda valutazione è stata effettuata dopo 8 settimane e una terza dopo tre mesi dalla conclusione dello studio. 

I risultati dimostrano che la app è un valido aiuto per chi soffre di sindrome dell’intestino irritabile: «Il gruppo che ha ricevuto il trattamento è migliorato significativamente rispetto al gruppo di controllo», commenta Hunt. 

Nella seconda fase del trial anche i pazienti del gruppo di controllo hanno utilizzato la app ottenendo gli stessi benefici degli altri volontari che avevano seguito il programma in precedenza. 

La terapia cognitivo comportamentale si avvale, tra le altre cose, delle cosiddette tecniche di esposizione: in questo caso per esempio i pazienti sperimentano in condizioni protette i cibi considerati nemici giurati dell’intestino o le situazioni ritenute a rischio rendendosi così conto che la catastrofe tanto temuta non si verifica. Secondo i ricercatori questo tipo di trattamento funziona nei pazienti con il disturbo intestinale perché all’origine della sindrome sembra esserci una alterazione della comunicazione tra il sistema nervoso centrale che controlla il cervello e il sistema nervoso enterico che agisce sul sistema gastrointestinale. In più si aggiunge generalmente una disfunzione del microbioma chiamata disbiosi. Tutto ciò comporta una ipersensibilità viscerale che rende le persone eccessivamente consapevoli di quel che accade nelle loro pance diventando ipervigili su una serie di manifestazioni dell’intestino che in condizioni normali verrebbero ignorate. Il disagio poi viene amplificato nel cervello che rilascia gli ormoni dello stress peggiorando ancora di più il quadro clinico. La terapia cognitivo comportamentale tenta di interrompere questo circolo vizioso. 

«L’idea è di cambiare il modo in cui le persone pensano e reagiscono alle sensazioni nel loro intestino e di ridurre il comportamento di evitamento utilizzando una terapia di esposizione graduale. Quando si usa questa tecnica, l'ipersensibilità viscerale diminuisce.  Le persone possono effettivamente riprendere in mano la loro vita e mangiare quello che vogliono: una soluzione molto migliore a lungo termine», commenta Hunt.