La sonda radioattiva che batte il tumore alla prostata in pochi minuti

European Society for Radiotherapy and Oncology

La sonda radioattiva che batte il tumore alla prostata in pochi minuti

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Le micro-sonde attraverso cui viene fatta passare la sorgente radioattiva raggiungono direttamente la prostata attraverso il perineo
di redazione

Si chiama “brachiterapia ad alto dosaggio”. È una tecnica di radioterapia che promette di rivoluzionare le terapie oncologiche che utilizzano le radiazioni. Una sola seduta di pochi minuti, per esempio, si è rivelata efficace nel trattamento del tumore alla prostata a basso rischio. È quanto ha dimostrato uno studio presentato alla 38esima conferenza dell’European Society for Radiotherapy and Oncology (Milano, 26-30 aprile).

La “brachiterapia ad alto dosaggio” consiste nella somministrazione delle radiazioni direttamente sul tumore. 

Grazie a una serie di cateteri introdotti nel corpo fino a raggiungere la zona da trattare, le radiazioni raggiungono la sede da trattare rendendo la terapia più efficace, più rapida e più sicura. Il contatto diretto infatti aumenta le probabilità di distruggere le cellule tumorali e riduce i tempi necessari per farlo, abbassando inoltre il rischio di effetti collaterali. I tessuti sani infatti vengono risparmiati dalla contaminazione radioattiva.

Lo studio ha coinvolto 441 uomini con tumore alla prostata seguiti in uno dei sette centri ospedalieri del Regno Unito dove si può effettuare la brachiterapia, chiamata anche radioterapia interna. Il tumore è stato classificato in tre differenti categorie in base alla probabilità di diffondersi: a basso rischio (44 uomini), a medio rischio (285 uomini) e ad alto rischio (112 uomini). Tutti i pazienti sono stati sottoposti a una singole dose elevata di radiazioni, ma 166 uomini hanno anche seguito una terapia ormonale. Nessuno, invece, è stato sottoposto a un intervento chirurgico o alla chemioterapia. 

I ricercatori hanno monitorato la salute dei partecipanti per 26 mesi successivi alla seduta, misurando periodicamente i livelli dell’antigene prostatico specifico (Psa), indicativi dell’efficacia della terapia oncologica. Un aumento dei valori può indicare il ritorno del tumore. 

Guarigione

Dopo due anni dalla seduta di brachiterapia, nel 94 per cento dei casi i valori del Psa erano nella norma e non facevano sospettare la ricomparsa del tumore. Più precisamente: la terapia si era rivelata efficace nel 100 per cento degli uomini con tumore a basso rischio, nel 95 per cento dei pazienti con tumore a medio rischio e nel 92 per cento degli uomini con tumore a elevato rischio. 

Dopo tre anni dalla terapia, i livelli di Psa erano normali nel 100 per cento dei pazienti con tumori a basso rischio, nell’86 per cento degli uomini con tumori a medio rischio e nel 75 per cento di quelli con tumori a elevato rischio. 

«Questi risultati indicano che la brachiterapia ad alto dosaggio è un trattamento sicuro ed efficace per gli uomini con carcinoma prostatico a basso rischio, ma sono necessarie ulteriori ricerche nei pazienti a medio e alto rischio per valutare se sei possono ottenere risultati migliori con una dose più elevata. Il trattamento offre un'alternativa valida alla chirurgia o ad altre forme di radioterapia per il rischio relativamente basso di effetti collaterali e per il vantaggio di poter essere somministrato rapidamente in una singola seduta ospedaliera», ha dichiarato Hannah Tharmalingam, a capo dello studio. 

I ricercatori si sono convinti, quindi, che la brachiterapia meriti di essere considerata una valida alternativa alla radioterapia tradizionale per il trattamento del tumore alla prostata perché consente tanto di risparmiare tempi e costi agli ospedali, quanto di assicurare benefici ai pazienti. Basti pensare che con la radioterapia tradizionale che usa dosi più basse, i pazienti sono sottoposti a una serie di trattamenti che durano alcune settimane o anche mesi. La brachiterapia ad alto dosaggio ottiene invece risultati simili con una sola seduta. 

Da palliativa a terapeutica

Questo non vuol dire però che la radioterapia “esterna” debba essere abbandonata. Per molti tipi di tumore, il trattamento tradizionale che prevede di irradiare il tessuto malato a distanza resta una scelta valida, da preferire ad altri interventi.   

È il caso del mesotelioma, il tumore maligno della pleura generalmente provocato dall’esposizione all’amianto. Secondo uno studio italiano presentato sempre al congresso dell’Estro, i pazienti affetti da questa patologia raddoppiano le probabilità di sopravvivere per due anni o più se vengono trattati con elevati dosi di radiazioni indirizzate al torace.

I ricercatori dell’Università di Udine hanno valutato l’efficacia della radioterapia su 108 pazienti con un mesotelioma impossibile da rimuovere del tutto chirurgicamente, in trattamento al centro oncologico di Aviano tra il 2014 e il 2018. Tutti i partecipanti erano stati sottoposti a una operazione chirurgica per la rimozione di una parte del tessuto malato e successivamente a chemioterapia. La metà dei pazienti ha seguito un ciclo di 25 sedute di radioterapia per un dosaggio totale di 50 Gy (gray) sul lato del torace dove risiedeva il tumore con l’aggiunta di un’ altra serie di radiazioni da 60 Gy indirizzate precisamente alla sede del tumore. L’altra metà dei pazienti ha ricevuto la classica radioterapia a dosaggio più basso generalmente somministrata ai pazienti per ridurre i sintomi della malattia, ma non per curarla (da 5 a 10 sedute con dosi di 20-30 Gy). Ebbene, tra i pazienti che avevano ricevuto la radioterapia più aggressiva, il 58 per cento era ancora in vita due anni dopo il trattamento. Nel gruppo sottoposto alla radioterapia palliativa la percentuale dei sopravvissuti a due anni scendeva al 28 per cento.

In pratica, secondo i risultati, quello che in questi pazienti fino a oggi era un trattamento usato a scopo palliativo può, se adeguato nei dosaggi e negli approcci, diventare una terapia in grado di aumentare drasticamente la sopravvivenza e la qualità di vita.  

«C'è un bisogno urgente di trattamenti più efficaci per il mesotelioma: la chirurgia può essere un'opzione, ma spesso è impossibile rimuovere tutto il tumore», ha detto Marco Trovò, a capo del dipartimento di Radiologia oncologica presso l'Azienda Sanitaria Universitaria integrata di Udine. «Ai pazienti affetti da mesotelioma viene talvolta somministrata radioterapia per controllare i sintomi, tuttavia la radioterapia si è evoluta in modo drammatico negli ultimi anni, quindi volevamo vedere se ora potesse essere usato per prevenire la diffusione del cancro nei tessuti vicini, sperando di apportare miglioramenti sopravvivenza».

E così in effetti è stato. Ora, alla luce dei risultati ottenuti, i ricercatori sperano che la radioterapia potenziata diventi il nuovo standard di cura per questa categoria di pazienti, magari facendo seguire alla radioterapia una immunoterapia.