Una strategia per proteggere il cuore dalla chemio

Lo studio

Una strategia per proteggere il cuore dalla chemio

L’assunzione di un antitumorale prima delle sedute di chemio potrebbe impedire alla doxorubicina di raggiungere il cuore, preservandolo dai danni a lungo termine del trattamento

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Immagine: LeoCarbajal, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons
di redazione

Assumere un farmaco già in commercio prima della seduta di chemioterapia potrebbe prevenire i danni al cuore causati da uno dei più comuni chemioterapici, la doxorubicina.

È quanto sostiene uno studio condotto da ricercatori americani (tra cui anche l’italiano Vincenzo Coppola, ormai da 30 anni in USA) e pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences

La doxorubicina è un po’ la mamma dei farmaci chemioterapici oggi utilizzati; fu messa a punto in Italia negli anni Settanta dai ricercatori di Farmitalia e dal gruppo di ricerca di Gianni Bonadonna all’Istituto dei tumori di Milano. Battezzata adriamicina in onore del mare Adriatico da allora è utilizzata, soprattutto in associazione con altri farmaci e in diversi stadi della malattia, per la cura di molti tumori del sangue e solidi, dalla leucemia linfoblastica acuta al tumore del seno, dai linfomi al tumore del polmone. 

Sebbene sia di grande efficacia, è noto fin dalla sua messa a punto che la doxorubicina può aumentare il rischio di gravi problemi cardiaci, con sintomi che a volte emergono anche molti anni dopo la chemio. Sui meccanismi esatti alla base di questo fenomeno, tuttavia, c’è ancora incertezza. 

I ricercatori americani hanno ora scoperto che la tossicità cardiaca della doxorubicina potrebbe essere legata alla sua particolare affinità con una proteina che trasporta il farmaco dal sangue alle cellule cardiache.

In particolare, gli scienziati hanno scoperto che il gene responsabile della produzione della proteina, chiamato OCT3, era altamente espresso nelle cellule derivate da pazienti oncologici che avevano avuto problemi cardiaci dopo il trattamento con doxorubicina.

«Abbiamo utilizzato modelli murini e modelli cellulari ingegnerizzati per dimostrare che la doxorubicina viene trasportata attraverso questo canale proteico, OCT3», ha detto il primo autore dello studio Kevin Huang. «Abbiamo quindi esaminato in modo prospettico ciò che questo significa dal punto di vista della terapia».

Successivamente i ricercatori hanno scoperto che i topi geneticamente modificati, privi del gene OCT3, erano protetti dai danni cardiaci dopo aver ricevuto doxorubicina senza che questa azione interferisse con l’efficacia doxorubicina contro il cancro.

Da lì a ipotizzare che la stessa azione ottenuta con la modifica genetica potesse essere svolta con un un farmaco il passo è stato breve. La scelta è caduta su nilotinib, un medicinale utilizzato da quasi un ventennio contro la leucemia mieloide cronica, che, tra le altre cose, interferisce anche con OCT3. Somministrato sui topi di laboratorio prima del trattamento con doxorubicina è stato in grado di prevenire l’azione sul cuore del chemioterapico.

Il prossimo passo dei ricercatori è verificare l’efficacia e la sicurezza di questa strategia sull’uomo. 

«La strategia di intervento che vorremmo utilizzare nella clinica sarebbe quella di somministrare nilotinib prima di un trattamento chemioterapico per impedire alla doxorubicina di accedere al cuore>>, ha aggiunto Huang. «Abbiamo prove precliniche piuttosto solide che questa strategia di intervento potrebbe funzionare». Inoltre, la sperimentazione non dovrebbe essere troppo complessa visto che entrambi i farmaci sono ben noti e usati da molto tempo.