Terapia ormonale in menopausa. Dopo dieci anni di trattamento aumenta il rischio di Alzheimer

Il rischio

Terapia ormonale in menopausa. Dopo dieci anni di trattamento aumenta il rischio di Alzheimer

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Ogni 10mila donne tra i 70 e gli 80 anni che hanno usato la terapia ormonale per oltre 10 anni si registrano dai 9 ai 18 casi aggiuntivi di Alzheimer all’anno, vale a dire complessivamente 114-123 per 10.000 persone invece dei 105 attesi
di redazione

Le donne in menopausa che assumono la terapia ormonale sostitutiva da molti anni, più di dieci, sono maggiormente esposte al rischio di ammalarsi di Alzheimer. L’aumento del rischio in valori assoluti è molto modesto: per ogni 1.000 donne tra i 70 e gli 80 anni cha assumono la terapia ormonale per dieci anni si registrano tra 0,9 e 1,8 casi di Alzheimer in più ogni anno. Ciononostante, è giusto che le donne lo sappiano.

Sono queste le conclusioni di uno studio finlandese pubblicato sul British Medical Journal che contraddice i risultati di ricerche precedenti, che, al contrario, avevano rilevato che la terapia ormonale, dopo l'ingresso in menopausa, ha un effetto protettivo sul cervello.

Un caso ogni mille in più

I ricercatori, guidati da Tomi Mikkola dell’Università di Helsinki, hanno messo a confronto i dati sull’uso della terapia ormonale di circa 85mila donne in menopausa con Alzheimer e di un numero equivalente di donne senza la malattia neurodegenerativa. Il periodo di osservazione è andato dal 1999 al 2013. 

Nel 98,8 per cento delle donne, la diagnosi di malattia di Alzheimer era stata effettuata all'età di 60 anni o più. Il 55,7 per cento delle donne aveva più di 80 anni quando aveva ricevuto la diagnosi e il 75 per cento delle donne stava assumendo terapia ormonale da più di dieci anni.

Nel complesso, l’uso di ormoni è stato associato ad un aumento del 9-17 per cento del rischio di Alzheimer. In termini assoluti, significa che ogni 10mila donne tra i 70 e gli 80 anni che hanno usato la terapia ormonale per oltre dieci anni si registrano dai 9 ai 18 casi aggiuntivi di Alzheimer all’anno, vale a dire complessivamente 114-123 per 10 mila persone invece dei 105 attesi.

Tempo determinante

L’associazione riguarda in uguale misura i diversi tipi di terapia ormonale disponibili, pasticche di soli estrogeni o combinazioni di estrogeni e progesterone, mentre non è stato riscontrato alcun aumento del rischio di Alzheimer tra le donne che facevano uso di creme vaginali a base di estradiolo. Dall’analisi del campione sembra che l’età a cui si comincia la terapia ormonale non abbia alcuna influenza sul rischio di sviluppare l’Alzheimer. L’unico elemento che conta sembra sia la durata della terapia.

Un aumento del rischio ma, ribadiamolo, di entità modesta, si riscontra dopo dieci anni di assunzione di ormoni. 

I ricercatori ammettono che il loro studio, di natura osservazionale, non può stabilire un legame certo di causa ed effetto.  Non si può escludere, inoltre, che altri fattori abbiamo influenzato il risultato, per esempio l'aumento del rischio potrebbe avere a che fare con l'entità dei sintomi che ha costretto le donne a iniziare la terapia ormonale. 

Tutto ciò non lo sappiamo ancora; nonostante questo, Mikkola e i colleghi sono convinti dell’importanza del loro studio che è il più ampio mai eseguito sull’associazione tra terapia ormonale e rischio di Alzheimer: «Anche se l’aumento del rischio è piccolo, i nostri dati dovrebbero essere inseriti tra le informazioni offerte alle donne che fanno o faranno uso di ormoni per alleviare i sintomi della menopausa». 

Terapia ormonale da rivedere?

In un editoriale di accompagnamento allo studio, tre esperti di salute femminile si sono chiesti se i risultati ottenuti dai ricercatori finlandesi non impongano di cambiare l’attuale giudizio sulla terapia ormonale per le donne giovani in menopausa che, in sostanza, considera i “pro” superiori ai “contro”. 

Ecco le loro conclusioni: «Considerando la totalità delle prove, questi risultati non dovrebbero influenzare le decisioni del medico sull'uso della terapia ormonale per la gestione dei sintomi nel breve termine. Per le donne all’inizio della menopausa con fastidiosi sintomi vasomotori, non esistono prove convincenti di pericolo per le performance cognitive».