Termoablazione e radiologia interventistica: la quarta “arma” dell’oncologia moderna

Tumori

Termoablazione e radiologia interventistica: la quarta “arma” dell’oncologia moderna

di redazione

Curativo, palliativo, aumento dell’efficacia del trattamento oncologico: sono questi gli ambiti di applicazione della termoablazione, la quarta “arma” dell’oncologia moderna insieme con chirurgia, chemioterapia e radioterapia. Una procedura per la quale gli italiani hanno avuto un ruolo pioneristico, tanto che il nostro Paese può vantare strutture all’avanguardia in questo campo.

Studi di mercato prevedono un incremento del ricorso alle tecniche ablative nel periodo 2017-2024 stimabile in circa il 10,2 per cento. I motivi sono da ricercare nell’aumento dell’età media e dei tumori correlati e soprattutto sulla comprovata efficacia clinica di tali trattamenti. Molteplici gli ambiti di applicazione di questa terapia. In particolare, tumori primitivi e secondari del fegato e del polmone, tumori primitivi del rene, tumori dell’osso.

«La termoablazione, a parte casi specifici come l’epatocarcinoma primario – spiega Bruno Vincenzi, professore di Oncologia al Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma - non è sostitutiva, ma complementare alla chirurgia tradizionale e ai trattamenti medici, e ha indicazioni ben precise, come il volume, il numero e la localizzazione delle lesioni tumorali. Per questo motivo – precisa - è fondamentale che il paziente sia preso in carico da un team multidisciplinare. L’importante è, infatti, definire l’appropriatezza terapeutica: capire, cioè, qual è il paziente giusto e il momento giusto per eseguire questa procedura».

Introdotta negli anni Novanta, la procedura della termoablazione percutanea per il trattamento di alcuni tipi di tumori ha visto una progressiva evoluzione delle tecnologie utilizzate, con l’obiettivo di raggiungere una sempre maggiore precisione, efficacia e sicurezza per il paziente.

Le tecniche di termoablazione sono basate sullo sviluppo di calore all’interno di una lesione target, raggiungendo una temperatura superiore a 60 gradi. In oncologia queste causano la denaturazione delle proteine intracellulari e la dissoluzione dei lipidi di membrana, provocando la morte cellulare. Sul versante opposto la crioablazione che consente, tramite l’inserimento di criosonde, di congelare il tumore determinandone la necrosi. Quest’ultimo trattamento trova particolari indicazioni nel trattamento dei tumori del rene e nella palliazione del dolore dell’osso. Negli ultimi anni è, inoltre, emerso un altro aspetto della termoablazione, che consiste nella sua capacità di causare una risposta infiammatoria a sua volta in grado di stimolare il sistema immunitario a reagire contro le cellule tumorali ancora presenti nell’area, riducendo, quindi, anche lesioni non trattate.

In ogni caso, si tratta di una terapia mirata che, nonostante la sua mininvasività, deve essere praticata in un Centro in grado di garantire tecnologie avanzate, alti livelli di esperienza, un team multidisciplinare e la possibilità di effettuare follow up nel tempo.

«La scelta della miglior opzione terapeutica per affrontare la malattia – racconta Rosario Francesco Grasso, responsabile dell'Unità di Radiologia Interventistica Campus Bio-Medico - nel nostro Centro viene stabilita da un tumor board, costituito da un oncologo, un chirurgo, un radioterapista e un radiologo interventista, in funzione del tipo di tumore, della sua localizzazione ed estensione e delle condizioni generali di salute del paziente. L’obiettivo è quello di controllare la malattia e ridurre la sintomatologia associata. Il focus resta il miglioramento della qualità di vita del paziente, insieme a un incremento dell’aspettativa di vita e, dunque, a una riduzione della mortalità».