Se la tiroide lavora poco in gravidanza, non sempre è un bene curarla

Linee guida

Se la tiroide lavora poco in gravidanza, non sempre è un bene curarla

Se i livelli di TSH sono di poco superiori alla norma è meglio non trattare l’ipotiroidismo subclinico
Cristina Gaviraghi

Si chiama ipotiroidismo subclinico ed è quella condizione in cui la tiroide risulta un po’ meno attiva del normale, non ancora in modo da alterare la concentrazione degli ormoni tiroidei, che sono ancora nella norma, ma tale da far innalzare i livelli di TSH, l’ormone ipofisario che stimola l’attività della ghiandola. 

Il disturbo risulta essere particolarmente pericoloso nel caso di una gravidanza. Recenti studi hanno infatti ribadito che, se non opportunamente trattato, l’ipotiroidismo subclinico può essere causa di aborto spontaneo, distacco della placenta, rottura prematura delle membrane e morte neonatale. Una terapia a base di ormoni tiroidei, volta a normalizzare l’attività della tiroide, è però in grado di ridurre il rischio di tali eventi avversi in gravidanza. 

Le linee guida raccomandano il trattamento nel caso in cui i livelli di TSH della gestante siano superiori al valore di 2,5 mIU/L. Ma, come accade per altri organi, anche la funzionalità della tiroide subisce dei cambiamenti durante la gravidanza e sono sorti dubbi nella comunità scientifica su quale sia il valore di TSH oltre il quale è realmente necessario intervenire con dei farmaci senza che la possibilità di eventi avversi superi i benefici.  

La questione è stata analizzata da alcuni endocrinologi del Mayo Clinic che hanno recentemente pubblicato, sul British Medical Journal, uno studio condotto su oltre 5400 donne in gravidanza con una diagnosi di ipotiroidismo subclinico e dei valori di TSH compresi tra 2,5 e 10 mIU/L.

Tra le pazienti messe in terapia per la disfunzione tiroidea, il 16 per cento circa, i ricercatori hanno registrato una diminuzione del rischio di aborto del 38 per cento, ma hanno anche riscontrato un aumento della probabilità di andare incontro a complicanze gravidiche come diabete gestazionale, preeclampsia e parto pretermine. 

«È probabile che curare l’ipotiroidismo subclinico riduca il rischio che la gravidanza si interrompa, ma sappiamo anche che il trattamento comporta altri rischi e abbiamo cercato il punto in cui i benefici superavano tali rischi», ha dichiarato l’endocrinologa Spyridoula Maraka. 

Andando ad analizzare più finemente i dati raccolti, infatti, Maraka e colleghi hanno scoperto che l’effetto di protezione, contro un eventuale aborto spontaneo, esercitato dalla terapia ormonale era più evidente nelle donne con TSH superiore a 4,1 mIU/L, mentre nelle gestanti con tale valore compreso tra 2,5 e 4 mIU/L il rischio di pericolose complicanze era superiore alla potenziale protezione.

«Alla luce di questi risultati riteniamo ragionevole continuare a offrire una cura ormonale alle donne con livelli più elevati di TSH, ma se tali livelli sono relativamente bassi, potrebbe essere meglio non trattare l’ipotiroidismo subclinico», continua Maraka. 

E in questa stessa direzione sembrano andare le nuove linee guida dell’American Thyroid Association, pubblicate proprio all’inizio dell’anno, che hanno innalzato il valore di TSH, oltre il quale viene diagnosticato l’ipotiroidismo subclinico in gravidanza, da 2,5 a 4 mIU/L.

Oltre quest’ultimo valore, viene raccomandata una cura ormonale nel caso in cui la gestante presenti anche anticorpi anti-TPO, autoanticorpi diretti contro la perossidasi tiroidea tipici di malattie autoimmuni della tiroide, ma che possono, in un certa misura, essere presenti anche in individui sani e possono comparire proprio in gravidanza.

A meno che il TSH non sia superiore a 10 mIU/L, però, non ci sarebbero prove sufficienti per prescrivere a future mamme prive di anti-TPO un trattamento per l’ipotiroidismo subclinico. 

«La ricerca in questo campo non ha ancora fatto completamente chiarezza ed è indispensabile che endocrinologi e ginecologi valutino, con attenzione e insieme alla gestante, tutti i pro e i contro di un intervento terapeutico, senza dimenticare che ogni trattamento ormonale deve essere seguito da un monitoraggio della funzionalità tiroidea ed eventualmente modificato se necessario», conclude Maraka. 

 

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