Trapianti. Anche chi ha l'epatite C può donare gli organi

La frontiera

Trapianti. Anche chi ha l'epatite C può donare gli organi

organ transportation.jpg

Generalmente il cuore e i polmoni provenienti da donatori con epatite C non vengono trapiantati. Ma l’avvento dei nuovi farmaci antivirali offre ora la possibilità di aumentare il bacino di potenziali donatori di organi
di redazione

Il cuore o il polmone di un donatore con epatite C potrà essere trapiantato senza rischi per il ricevente. Le procedure per prevenire l’infezione nel paziente sottoposto al trapianto si sono dimostrate tanto efficaci da non giustificare lo spreco di organi sani appartenuti a persone con un’infezione da Hcv. È quanto sostiene uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine condotto dai ricercatori del Brigham and Women’s Hospital di Boston. Nel loro ospedale dal marzo del 2017 sono stati eseguiti 69 trapianti di cuore e polmoni da donatori con epatite C a riceventi senza il virus. Ebbene, nessun paziente ha contratto l’infezione. 

L’incoraggiante risultato che potrebbe tradursi in un maggior numero di trapianti e di vite salvate è stato ottenuto grazie a una puntuale e tempestiva profilassi. Il ricevente, nelle ore immediatamente successive al trapianto, viene sottoposto a una terapia antivirale per quattro settimane. 

I ricercatori hanno dimostrato che il trattamento anti-epatite C iniziato subito dopo l’intervento è efficace sicuro. Efficace perché riesce a impedire che il virus passi dal cuore o dal polmone del donatore al fegato del ricevente e sicuro perché si è dimostrato ben tollerato, nonostante l’elevato numero di farmaci che i pazienti sono costretti ad assumere per scongiurare il rischio di rigetto. 

«Siamo rimasti sorpresi nel constatare un successo al cento per cento. Questo aspetto ci ha molto incoraggiato», ha commentato Ann Woolley principale autore dello studio.

La chiave del successo è il tempismo. Iniziare subito la terapia antivirale significa impedire al virus di avere il tempo di raggiungere il fegato, insediarsi e replicarsi, ma permette anche di ridurre la durata della terapia passando dalle 12 settimane tradizionalmente prescritte agli adulti con epatite C a 4 settimane. Abbattendo anche i costi della terapia (da 75mila a 25mila dollari). 

Ma il dato che in assoluto interessa di più medici e pazienti è quello sulla sopravvivenza: a sei mesi dall’intervento, il tasso di sopravvivenza tra riceventi da donatori con Hcv e da donatori senza Hcv era lo stesso. 

Negli ultimi anni le terapie per tenere a bada il virus dell’epatite C hanno fatto grandi progressi allungando la vita e migliorando le condizioni di salute di tanti pazienti. Perché non sfruttare queste potenzialità per aumentare il numero di organi a disposizione per i trapianti? Negli Stati Uniti ogni anno muoiono mille persone in attesa di un trapianto di cuore o di fegato. Se anche le persone affette da epatite C potessero rientrare nella lista dei donatori, le speranze di ricevere un organo aumenterebbero considerevolmente. 

«Generalmente il cuore e i polmoni provenienti da donatori con epatite C non vengono trapiantati. Ma l’avvento di agenti antivirali ad azione diretta per trattare l'infezione da virus dell'epatite C ha offerto la possibilità di aumentare sostanzialmente il bacino di donatori di organi consentendo il trapianto di cuori e polmoni da donatori infetti da Hcv in pazienti che non hanno l'infezione», scrivono i ricercatori nel loro studio. 

Il trattamento antivirale utilizzato al Brigham and Women’s Hospital consiste nella combinazione di sofosbuvir e velpatasvir, due farmaci comunemente prescritti alle persone adulte con epatite C. 

La stessa combinazione, somministrata con la stessa metodologia aveva già reso possibile trapianti di rene da donatori con l’infezione a riceventi senza infezione. Anche in quel caso nessun paziente aveva sviluppato la malattia in forma eclatante e tutti i reni trapiantati svolgevano correttamente la loro funzione a un anno dall’intervento.