Tumore del collo dell’utero: la chirurgia tradizionale dà più chance di sopravvivenza di quella mini-invasiva

Il confronto

Tumore del collo dell’utero: la chirurgia tradizionale dà più chance di sopravvivenza di quella mini-invasiva

Le pazienti operate in laparoscopia hanno una probabilità più alta di morire nei 4 anni successivi
redazione

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Due studi ottengono gli stessi inaspettati risultati: le pazienti con tumore della cervice uterina allo stadio iniziale sottoposte a un intervento in laparoscopia hanno tassi di sopravvivenza inferiori di quelle operate con la chirurgia tradizionale

Vecchio batte nuovo con un punteggio schiacciante. 

Quando si tratta di operazione di asportazione dell’utero a causa di un tumore, anche in fase precoce, la vecchia chirurgia a cielo aperto garantisce una maggiore probabilità di lasciarsi alle spalle la malattia rispetto alla chirurgia minimamente invasiva, sia la laparoscopica classica sia quella robotica. 

La sentenza arriva da due studi pubblicati sul New England Journal of Medicine; due ricerche condotte con modalità completamente diverse ma che arrivano a risultati identici e che mettono in discussione una pratica che si è affermata ormai da un paio di decenni. 

Il trial

Il primo studio è un trial clinico (denominato LACC) condotto su circa 300 donne: la metà operata in maniera tradizionale, a cielo aperto, la metà con chirurgia mini-invasiva. Le donne appartenenti ai due gruppi erano simili per tutte le caratteristiche che riguardavano la patologia: lo stadio (in fase iniziale), il tipo istologico di tumore, la dimensione, il coinvolgimento dei linfonodi, l’uso di eventuali terapie neo-adiuvanti (cioè prima dell’operazione per ridurre le dimensioni del tumore). 

Ebbene, dopo 3 anni il 6,2 per cento delle donne che aveva subito l’intervento minimamente invasivo era andata incontro a morte rispetto all’1 per cento di quante si erano sottoposte all’intervento tradizionale. Inoltre, il 4,4 per cento del primo gruppo era deceduto proprio a causa del tumore della cervice uterina contro lo 0,4 per cento delle donne del secondo gruppo. Infine, tra le donne che avevano ricevuto la laparoscopia  il 5,7 per cento aveva una recidiva contro l’1,7 di quelle sottoposte all’intervento a cielo aperto. 

L’analisi

Risultati perfettamente sovrapponibili sono stati ottenuti dal secondo studio, che è stato condotto invece analizzando le informazioni contenute nel National Cancer Database dove sono registrate il 70 per cento delle nuove diagnosi in più di 1.500 ospedali. Da qui sono stati selezionati i dati di 2.461 donne sottoposte a isterectomia in seguito a un tumore della cervice uterina a uno stadio iniziale tra il 2010 e il 2013. Circa la metà delle pazienti è stata operata con tecniche mininvasive e il resto con il taglio dell’addome. Nel primo gruppo ci sono stati 94 decessi per diverse cause nei quattro anni successivi all’intervento in confronto a 70 del secondo gruppo. Tradotto in percentuali: il rischio di morte è 9,1 per cento per il gruppo della mininvasiva e 5,3 per cento per l’altro. 

Anche in questo caso non c’erano differenze tra i due gruppi di pazienti né per la patologia, né per le terapie seguite, tali da poter giustificare i diversi esiti. 

Ma prima di trarre conclusioni definitive, gli scienziati hanno voluto ampliare la loro indagine consultando anche il database Surveillance, Epidemiology and End Results (Seer) che, da un numero maggiore di anni, raccoglie informazioni da 18 registri oncologici dove finiscono i dati del 28 per cento della popolazione americana. In questo modo gli scienziati hanno potuto completare il quadro dell’indagine con i casi di interventi chirurgici più datati, risalenti al decennio 2000-2010. Un periodo di tempo particolarmente utile per cogliere i differenti esiti delle due tecniche. 

Prima del 2006, anno in cui le operazioni mininvasive hanno preso il sopravvento, il tasso di sopravvivenza a 4 anni dall’operazione era stabile. Dopo quella data è sceso a un ritmo di circa lo 0,8 per cento all’anno. 

Un dato, quest’ultimo, che per i ricercatori fornirebbe un serio indizio della minore sicurezza delle tecniche meno invasive.

E ora?

I risultati, ora, aprono uno scenario clinico molto incerto. 

Personalmente non proporrò l’isterectomia mininvasiva alle pazienti finché una nuova convincente ricerca  parli di una tecnica mininvasiva che non comporti questi rischi», dice Alexander Melamed, principale autore dello studio retrospettivo. 

Più cauta, invece, Amanda N. Fader, della Johns Hopkins School of Medicine di Baltimora che, in un editoriale che accompagna i due articoli elenca una lunga lista di limiti di entrambe le ricerche: per esempio, curiosamente, «tutte le recidive riscontrate nel trial LACC Trial erano raggruppate in 14 dei 33 centri partecipanti, il che solleva dubbi sul fatto che questi centri abbiano arruolato più pazienti o che li abbiano arruolato prima o, ancora, che ci siano peculiarità dei pazienti o un fattore legato ai chirurghi”.  

Al di là di questo, la batosta inflitta dai due studi alle tecniche mini-invasive per questo specifico tumore è fuor di dubbio. Ma potrebbe non essere un male e portare a una valutazione più approfondita di quali pazienti beneficino realmente di questo approccio.

Per esempio, scrive Fader, «nessun paziente con malattia in stadio IA2 e solo uno con stadio IB1 (grado 1) ha avuto una recidiva nel trial LACC. Inoltre, i pazienti con tumori di dimensioni inferiori a 2 cm non hanno avuto esiti peggiori con la chirurgia mini-invasiva rispetto alla chirurgia a cielo aperto in entrambi gli studi». 

Nonostante ciò, conclude la ginecologa, «fino a quando non saranno noti ulteriori dettagli i chirurghi dovrebbero procedere con cautela, parlare alle loro pazienti dei risultati di questi collettivi e valutare i rischi e i benefici individuali di ciascuna donna rispetto all’approccio minimamente invasivo rispetto all'isterectomia radicale a cielo aperta».