Tumore al seno: se la chemioterapia pre-operatoria favorisce le metastasi

L’invito alla prudenza

Tumore al seno: se la chemioterapia pre-operatoria favorisce le metastasi

Un recente studio su Science Translational Medicine mette in guardia sui rischi della cura farmacologica precedente all’intervento chirurgico. Dall’osservazione su topi di laboratorio e su tessuti umani emerge che in alcuni casi può stimolare la diffusione di metastasi
redazione

È uno degli eventi più difficili da accettare per i medici e i pazienti: la strategia terapeutica va in senso opposto a quanto sperato, provocando più danni che vantaggi. Il caso descritto su Science Translational Medicine è un tipico esempio di effetto boomerang: nel tumore alla mammella la chemioterapia pre-operatoria può stimolare lo sviluppo di metastasi. 

La chemioterapia effettuata prima dell’intervento chirurgico viene definita neo-adiuvante e ha lo scopo di ridurre il volume della massa tumorale per limitare l’area di intervento del bisturi. L’obiettivo è quello di ottenere una rimozione di una massa limitata rispetto alla più invasiva mastectomia. Ma, secondo gli scienziati dell’Albert Einstein College of Medicine, è come se la combinazione di farmaci usati per rimpicciolire la massa tumorale (generalmente doxorubicina, paclitaxel e ciclofosfamide) mettesse in funzione le rampe di accesso alle autostrade delle metastasi. 

È quel che John Condeelis, principale autore dello studio, e i suoi colleghi hanno osservato sui topi di laboratorio e sui tessuti umani. Fuor di metafora, le “rampe” in questione sono i cosiddetti "microambienti tumorali di metastasi", dei luoghi all’interno dei vasi sanguigni in cui si affollano le cellule immunitarie. Quando le cellule immunitarie si legano a una cellula cancerosa, questa viene trasportata nei vasi sanguigni e da lì si diffonde negli altri organi distanti dall’origine del cancro. Il microambiente tumorale può avere un ruolo decisivo nella diffusione delle cellule tumorali arrivando in alcuni tipi di tumore al seno (positivi ai recettori degli estrogeni/Her2 negativi) a triplicare le possibilità di metastasi. 

I ricercatori si sono chiesti se la chemioterapia in fase pre-operatoria potesse in qualche modo avere effetti sul microambiente. La risposta è arrivata dopo aver osservato per tre anni un gruppo di topi modificati geneticamente per sviluppare in maniera spontanea il tumore al seno e altri animali nel cui organismo era stato introdotto un tumore al seno umano. In entrambi i casi la terapia con paclitaxel provocava tre tipi di cambiamenti nel microambiente: un numero maggiore di cellule immunitarie trasportava le cellule cancerose all’interno dei vasi sanguigni, si sviluppavano vasi sanguigni più permeabili alle cellule cancerose e infine le cellule cancerose diventavano più mobili. Alla fine i topi trattati con il farmaco chemioterapico mostravano un numero doppio di cellule cancerose in giro per il corpo rispetto agli animali non sottoposti alla terapia. Anche le altre due molecole generalmente usate nella chemioterapia neoaudiuvante, doxorubicina e ciclosfamide, stimolavano la produzione di metastasi. 

«Ciò dimostra - dice Condeelis - che il microambiente tumorale è la porta di ingresso per le metastasi». 

Ma gli scienziati non si sono fermati ai risultati ottenuti con i topi e hanno analizzato tessuti prelevati da 20 pazienti con tumore alla mammella che erano state sottoposte alla chemioterapia pre operatoria. Dopo il trattamento chemioterapico il microambiente era più “fertile” alla crescita di metastasi nella maggior parte delle pazienti. In cinque casi la situazione era peggiorata di cinque volte rispetto alle condizioni precedenti al trattamento. Nessuno paziente aveva mostrato un microambiente più ostile alle metastasi

«La chemioterapia pre operatoria può avere conseguenze indesiderate a lungo termine - concludono i ricercatori». 

Fortunatamente però non tutti i tipi di tumori sono esposti agli effetti collaterali della chemioterapia neaoadiuvante. Individuare i pazienti a rischio non è difficile, secondo i ricercatori: basta un test genetico che però, a oggi, non viene effettuato di routine. Forse dopo questo studio le cose cambieranno. 

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