Tumore del seno: farmaco mirato riduce del 42% il rischio di recidiva a 5 anni dopo la chirurgia

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Tumore del seno: farmaco mirato riduce del 42% il rischio di recidiva a 5 anni dopo la chirurgia

di redazione

Chemioterapia, terapia ormonale e un anticorpo anti-HER2 per 12 mesi.  È il trattamento standard dopo l’intervento per il tumore alla mammella iniziale con recettori ormonali positivi e iperespressione di HER2 che ha ottenuto grandi progressi nella sopravvivenza delle pazienti. Ma non abbastanza: il 23 per cento va comunque incontro a recidiva a 10 anni.  

Nuove opzioni terapeutiche promettono di ottenere di più. 

Secondo i risultati dello studio ExteNET, la terapia mirata neratinib, sarebbe in grado di ridurre il rischio di recidiva, di morte e di metastasi cerebrali nelle pazienti con tumore della mammella in stadio iniziale con recettori ormonali positivi e iperespressione della proteina HER2. Lo studio ha dimostrato che l’estensione della terapia adiuvante permette di ridurre del 42 per cento il rischio di recidiva a 5 anni, dimezzare il rischio di morte e ridurre di due terzi il rischio di sviluppare metastasi cerebrali. La sperimentazione ha coinvolto 2.840 donne con carcinoma della mammella in stadio iniziale, positivo ai recettori ormonali e che sovraesprime la proteina HER2, trattate per 12 mesi con neratinib, dopo aver completato il trattamento adiuvante standard di un anno con una terapia anti-HER2 (trastuzumab).

«Nello studio ExteNET, a un follow up di 5 anni, neratinib ha dimostrato di ridurre il rischio di recidiva del 42 per cento. Questo significa che neratinib può ridurre quasi alla metà le recidive a distanza nei primi 5 anni. La molecola, quindi, è potenzialmente in grado di guarire 4 su 10 delle donne che altrimenti svilupperebbero recidive. Si tratta di risultati di grande impatto e sulla cui rilevanza clinica non si può dubitare», afferma Michelino De Laurentiis, direttore del Dipartimento di Oncologia Senologica e Toraco-Polmonare, Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione ‘G. Pascale’ di Napoli. 

Le pazienti che riescono a completare il trattamento adiuvante esteso di 12 mesi con neratinib ottengono il massimo beneficio, in termini di prevenzione delle recidive a distanza. 

Ogni anno in Italia circa 46.200 (84% del totale) donne presentano la malattia in stadio iniziale (I-II-III) e circa 4150 (il 9% di queste ultime) sono caratterizzate sia da sovraespressione della proteina HER2 (HER2+) sia dalla co-espressione dei recettori ormonali.

«In questa popolazione, il trattamento sistemico adiuvante con la chemioterapia, la terapia ormonale e un anno di terapia biologica con l’anticorpo anti-HER2 trastuzumab rappresenta oggi lo standard di cura ed è in grado di ridurre il rischio di recidiva e di morte. 

Trastuzumab ha infatti migliorato ma non eliminato il rischio che la malattia si ripresenti. Una percentuale di pazienti infatti continua a recidivare con un picco di incidenza a 18-24 mesi dall’intervento chirurgico, anche se alcune presentano recidive tardive anche a 10 anni di follow-up. L’evento più rilevante dal punto di vista clinico, nel carcinoma mammario operato radicalmente, è proprio la comparsa di recidive a distanza, che si associa ad un drammatico peggioramento prognostico. L’estensione delle terapie adiuvanti rappresenta l’unica via per ridurre le possibilità di ricaduta e aumentare la sopravvivenza delle pazienti con carcinoma mammario HER2 positivo operato», spiega Paolo Marchetti, ordinario di Oncologia all’Università La Sapienza di Roma e presidente della Fondazione per la Medicina Personalizzata.

Neratinib è già stato approvato in Europa ed è rimborsato in diversi Paesi, ma non ancora in Italia.