Tumore al seno: l’immunoterapia dà buoni risultati contro la variante più difficile

Tumore al seno: l’immunoterapia dà buoni risultati contro la variante più difficile

redazione

L’aggiunta del farmaco immunoterapico atezolizumab alla chemioterapia può aumentare di quasi un anno la sopravvivenza delle pazienti affette da tumore al seno triplo negativo metastatico rispetto alla terapia convenzionale.

È questo il risultato principale dello studio di fase III IMpassion130, i cui dati sono stati presentati durante il congresso dell’European Society for Medical Oncology (ESMO) in corso a Monaco di Baviera (Germania) e contemporaneamente pubblicati sul New England Journal of Medicine.

Il tumore al seno triplo negativo metastatico (mTNBC) è la forma di cancro della mammella più difficile da curare. Le cellule di questo tumore infatti non presentano sulla loro superficie nessuno dei tre classici bersagli contro cui sono dirette le cure attualmente più efficaci (ER, PgR, HER2). Proprio per questa ragione le opzioni di trattamento sono molto, non esiste uno standard di cura comunemente accettato e la prognosi è estremamente scarsa.

Lo studio ha coinvolto 902 pazienti con tumore al seno triplo negativo metastatico non trattate in precedenza. Tutte si sono sottoposte alla chemioterapia convenzionale a base di nab-paclitaxel, ma la metà di esse ha ricevuto, in aggiunta, l’immunoterapico atezolizumab. L’altra metà un placebo. 

Complessivamente, la sopravvivenza globale delle pazienti che avevano ricevuto atezolizumab in aggiunta alla terapia è risultata essere di 21,3 mesi contro i 17,6 mesi di chi aveva ricevuto il placebo (più la chemio). Tuttavia, nel sottogruppo di pazienti con espressione di PD-L1, la differenza è molto più marcata: la sopravvivenza globale delle donne che avevano assunto atezolizumab è risultata essere di 25 mesi contro i 15,5 di quelle che avevano avuto il placebo. 

Si tratta di risultati che potrebbero cambiare la pratica clinica.

«Questi risultati sono di particolare importanza perché costituiscono una documentazione molto solida che deriva da uno studio randomizzato e controllato di efficacia dell’aggiunta di un modulatore della risposta immunitaria, come atezolizumab, a una terapia del carcinoma mammario triplo-negativo. I tumori mammari triplo-negativi hanno una certa propensione alla infiltrazione linfocitaria che spesso si associa a un blocco dell’attività e del controllo immunologico che può essere liberato dall’aggiunta di farmaci che vanno a bersaglio PD-L1», spiega Luca Gianni, direttore del Dipartimento di Oncologia Medica del San Raffaele Cancer Center. «Si tratta di una prima dimostrazione di grandissima importanza, non soltanto per il principio che viene affermato ma anche perché sostanzialmente si tratta di un vantaggio dal punto di vista della durata, del beneficio offerto dalla somministrazione di questi farmaci, soprattutto nei casi di tumori che avevano una presenza di espressione di PD-L1. Esiste comunque la necessità di valutare a distanza di tempo l’effetto sulla sopravvivenza: se si osserverà una conferma a distanza di tempo, direi che il passo potrà essere definito con buone ragioni un passo da giganti».

«Atezolizumab, un anticorpo anti-PD-L1 che agisce sul sistema immunitario, è una molecola in cui crediamo molto, e che ad oggi ha già ottenuto straordinari risultati positivi in otto studi di Fase III in vari tipi di tumore», spiega Anna Maria Porrini, direttore medico di Roche Italia. «Lo studio di questo farmaco nel carcinoma mammario triplo negativo prosegue con un ampio programma di fase III, sia in fase di malattia precoce che metastatica. In questo ultimo setting, gli studi IMpassion130, 131 e 132, valutano l’efficacia di atezolizumab in associazione ad altre chemioterapie. Continueremo a sviluppare questo farmaco nel campo delle immunoterapie antitumorali per offrire a ogni paziente soluzioni sempre più efficaci e personalizzate».