Tumore del seno: rinforzare la terapia adiuvante per aumentare le guarigioni

Il sondaggio

Tumore del seno: rinforzare la terapia adiuvante per aumentare le guarigioni

di redazione

Più cure dopo la chirurgia. A chiederlo sono le donne con carcinoma mammario che hanno partecipato a un sondaggio on line sull’assistenza sanitaria nel post Covid all’interno di un progetto di sensibilizzazione sulla terapia adiuvante realizzato con il supporto incondizionato di Pierre Fabre. Tra le 130 pazienti intervistate, il 93 per cento valuta positivamente l’eventuale rinforzo ed estensione della terapia adiuvante, cioè successiva alla chirurgia, per ridurre il rischio di recidiva. Ma più dell’80 per cento teme i ritardi nella disponibilità in Italia di nuovi trattamenti in grado di migliorare la sopravvivenza. 

Per il 72 per cento delle partecipanti, l’emergenza sanitaria causata dal Covid ha distolto l’attenzione delle istituzioni dalle esigenze delle persone colpite dal cancro. 

«Ogni anno, in Italia, quasi 55mila donne ricevono la diagnosi di tumore della mammella, la neoplasia in assoluto più frequente in tutta la popolazione e in costante crescita. La terapia adiuvante della malattia radicalmente operata può essere considerata uno dei maggiori successi in oncologia negli ultimi trent’anni. Infatti, nonostante il costante aumento dei casi, la mortalità è diminuita del 6,8 per cento rispetto al 2015, non soltanto per effetto della diagnosi precoce attraverso programmi di screening, ma anche per l’efficacia della terapia adiuvante. La sopravvivenza a 5 anni infatti raggiunge l’88 per cento e pone il nostro Paese ai vertici in Europa. Sono tre i trattamenti adiuvanti, chemioterapia, ormonoterapia e terapia biologica, proposti alle pazienti in base allo studio del singolo caso, alle caratteristiche del tumore e alle condizioni fisiche della donna, senza trascurare i suoi desideri e necessità», spiega Francesco Cognetti, presidente della Fondazione Insieme Contro il Cancro.

La maggior parte delle pazienti, circa 46.200 (84% del totale), presenta la malattia in stadio iniziale (I-II-III) e 7mila (il 15% di queste ultime) sono caratterizzate da iperespressione della proteina HER2 (HER2+). In questa popolazione, il trattamento sistemico adiuvante con la chemioterapia, la terapia ormonale e un anno di terapia biologica con un anticorpo anti-HER2 rappresenta oggi lo standard di cura ed è in grado di ridurre il rischio di recidiva (locale, regionale, a distanza) e di morte.

Queste scelte terapeutiche hanno migliorato notevolmente la sopravvivenza, rendendo la malattia HER2 positiva guaribile nella grande maggioranza delle pazienti, ma non hanno eliminato il rischio di un ritorno del tumore. Una percentuale di pazienti compresa fra il 15 e il 20per cento continua a recidivare con un picco di incidenza a 18-24 mesi dall’intervento chirurgico, anche se alcune pazienti presentano recidive tardive anche a 10 anni di follow-up. Di conseguenza, in questa popolazione, sussiste un forte bisogno clinico ancora insoddisfatto di ridurre il rischio di ricadute, di progressione e di morte», afferma Pierfranco Conte, presidente Fondazione Periplo.