Tumore del seno: la terapia ormonale si può mettere in stand-by per tre mesi l’anno

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Tumore del seno: la terapia ormonale si può mettere in stand-by per tre mesi l’anno

Sospendere il trattamento non aumenta il rischio che il tumore si ripresenti
redazione

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I ricercatori volevano capire se la sospensione temporanea del trattamento avrebbe potuto evitare fenomeni di resistenza al farmaco, un fenomeno da tempo osservato nei modelli animali

Le donne con tumore al seno che assumono la terapia ormonale per ridurre le probabilità che il cancro si ripresenti possono interrompere la cura per tre mesi all’anno senza perdere l’effetto protettivo del farmaco, ma avendo un grande beneficio in termini di qualità di vita.  

È questo il risultato principale di un grande studio (SOLE-Study of Letrozole Extension) condotto dall’International Breast Cancer Study Group (IBCSG) in collaborazione il Breast International Group (BIG). La ricerca, supportata da IBCSG e Novartis, è stata pubblicata sulla rivista Lancet Oncology

La sperimentazione ha coinvolto quasi 5.000 donne che si erano sottoposte all’asportazione chirurgica del tumore del seno e avevano già completato un ciclo di terapia endocrina della durata di 4-6 anni. Al termine di questo periodo  le donne hanno assunto altri 5 anni di terapia adiuvante (o precauzionale) con l’inibitore dell’aromatasi letrozolo, un trattamento utilizzato da anni per le donne in menopausa operate per tumore del seno sensibile ad ormonoterapia e con linfonodi ascellari positivi.

L’obiettivo della ricerca era duplice. Da una parte verificare se l’interruzione temporanea del trattamento potesse produrre benefici dal punto di vista dell’efficacia clinica evitando lo sviluppo di resistenza al farmaco. Spesso trattamenti così lunghi, infatti, nel tempo possono perdere di efficacia. Nei modelli animali di cancro al seno, tuttavia, si è osservato che il fenomeno della resistenza può essere contrastato interrompendo per qualche tempo il trattamento e riprendendolo successivamente. 

Il secondo obiettivo era capire se l’interruzione temporanea esponesse le donne al rischio di una ripresa della malattia.

Per questo le donne coinvolte nella sperimentazione sono state divise in due gruppi: in uno il farmaco veniva assunto continuativamente per tutto il periodo di studio; nell’altro il farmaco veniva assunto per i primi 9 mesi dell’anno per i primi 4 anni e continuamente nel quinto anno.

Ebbene, lo studio ha evidenziato che la sospensione temporanea del trattamento non aumenta l’efficacia della terapia evitando fenomeni di resistenza. Tuttavia, cosa non meno importante, l’interruzione del trattamento per 3 mesi non aumenta il rischio di recidiva rispetto all’assunzione continuativa  del trattamento. 

«Questo è lo studio più grande disponibile oggi sulla possibile riduzione, la cosiddetta “de-escalation”, della terapia endocrina precauzionale  prolungata», ha commentato il primo firmatario dello studio, Marco Colleoni, direttore della divisione di Senologia Medica dell’Istituto Europeo di Oncologia e co-chair dell’IBCSG. «I risultati forniscono informazioni clinicamente importanti sulla somministrazione intermittente, che si conferma come un’opzione interessante per le pazienti: chi soffre particolarmente degli effetti collaterali della terapia endocrina prolungata, può beneficiare di interruzioni temporanee del trattamento».