Un’altra conferma per la sugar-tax. Anche in Messico ha ridotto i consumi di bevande zuccherate

Il bilancio

Un’altra conferma per la sugar-tax. Anche in Messico ha ridotto i consumi di bevande zuccherate

La tassa che aumenta del 10% il costo di una bibita ha avuto l’effetto deterrente sperato. Su un campione di 1.700 adulti, la percentuale dei non consumatori è passata dal 10% al 14%. Un traguardo importante per il Paese che è tra i primi posti per le vendite di bibite zuccherate

di redazione

La sugar tax funziona. Che dipenda dall’aumento del costo delle bibite o dallo stigma che colpisce le bevande zuccherate o ancora da una maggiore offerta di prodotti alternativi, poco importa: la tassa sullo zucchero riduce il consumo dei sugary drink. È la conclusione a cui giunge un’indagine condotta in Messico che ha messo a confronto le abitudini della popolazione adulta prima e dopo l’introduzione ddi una imposta sullo zucchero nel gennaio del 2014 che ha determinato un aumento del 10 per cento al litro dei costi delle bibite. I ricercatori hanno raccolto informazioni su un campione di più di 1.700 persone adulte (età media di 47 anni). I risultati della ricerca sono stati pubblicati sul British Medical Journal

I partecipanti erano stati suddivisi in quattro categorie in base al consumo di bevande zuccherate: nessun consumo, consumo basso (meno di una bibita a settimana), consumo medio (più di una bibita a settimana ma meno di una al giorno), consumo elevato (una bibita al giorno). 

Dall’analisi dei dati è emersa una notevole differenza tra i consumi pre e post sugar tax. Prima dell’introduzione della tassa, oltre il 50 per cento dei partecipanti era costituito da consumatori medi ed elevati di bevande analcoliche e meno del 10 per cento rientrava nella categoria dei non consumatori. Dopo l’adozione dell’imposta la percentuale dei non consumatori è aumentata arrivando al 14 per cento. 

Tre anni dopo l’entrata in vigore dell’imposta, il 1 ° gennaio 2014, la probabilità di rientrare nella categoria dei non consumatori di bevande zuccherate è aumentata di 4,7 punti percentuali e la probabilità di far parte del gruppo con il consumo più basso è aumentata di 8,3 punti percentuali rispetto al periodo precedente all’introduzione della tassa. 

Al contrario, la probabilità di rientrare nei livelli medi e alti del consumo di bevande analcoliche è diminuita rispettivamente di 6,8 e 6,1 punti percentuali. Per il Messico, che è uno dei Paesi con il più alto consumo di bibite zuccherate del mondo, si tratta di un traguardo importante. 

«Il consumo di zuccheri aggiunti è un fattore di rischio primario per le malattie non trasmissibili. Le bevande zuccherate sono la principale fonte di zuccheri aggiunti nella dieta e l'alto consumo di tali bevande è stato collegato a obesità, diabete, malattie cardiovascolari, ipertensione, sindrome metabolica e carie dentali, nonché ad alcuni tipi di cancro», ricordano i ricercatori. Per ridurre il consumo di zucchero, l’Organizzazione Mondiale della Sanità  ha invitato i governi dei singoli Paesi ad adottare misure fiscali per aumentare il prezzo delle bevande zuccherate. La sugar tax è stata adottata da molti Stati, tra cui Francia, Ungheria, Norvegia, Sudafrica e Regno Unito, nonché in alcune città degli Stati Uniti come Berkeley e Filadelfia. La strategia si è finora dimostrata vincente. E anche lo studio messicano lo conferma.

Tuttavia non possono essere ignorati alcuni suoi limiti. Il campione coinvolto nell’indagine era costituito da operatori sanitari e quindi non necessariamente rappresentativo della popolazione generale. Inoltre la ricerca di natura osservazionale non permette di stabilire un legame di causa ed effetto tra l’introduzione della tassa e il cambiamento delle abitudini. Nonostante ciò, i ricercatori sono convinti di aver raccolto indizi molto convincenti per considerare le imposte sulle bevande zuccherate un mezzo efficace per scoraggiare i consumi e anzi ipotizzano che aumentando le tasse si otterrebbe un’ulteriore riduzione dei consumi. «Sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere le implicazioni a lungo termine che questi cambiamenti potrebbero avere sul peso corporeo o sulle malattie metaboliche», aggiungono infine.