Alzheimer: no, un’aspirina al giorno non serve a prevenirlo

Il verdetto

Alzheimer: no, un’aspirina al giorno non serve a prevenirlo

Arriva una seconda bocciatura per l’aspirinetta nella prevenzione. Il trial clinico Aspree aveva già escluso che potesse servire ad allontanare il rischio di malattie cardiovascolari nelle persone sane. Ora dimostra che non funziona neanche per proteggere il cervello dal declino cognitivo

di redazione

Alzheimer, demenza, declino cognitivo. Contro questi processi neurodegenerativi l’aspirina non può nulla. I risultati del trail clinico ASPREE (ASPirin in Reducing Events in the Elderly) pubblicati sulla rivista  Neurology dimostrano che assumere un’aspirina al giorno a basso dosaggio non ha alcun effetto protettivo sul cervello.

È il verdetto con cui si conclude una lunga indagine sulle potenzialità preventive dell’acido acetilsalicilico. Lo studio, un trial clinico randomizzato in doppio cieco, ha coinvolto più di 19mila persone in salute con un’età media di 74 anni provenienti dall’Australia e dagli Stati Uniti seguiti per circa 5 anni. Il primo obiettivo della sperimentazione era quello di valutare l’impatto sulla salute cardiovascolare dell’assunzione di 100milligrammi al giorno di aspirina. Qualche anno fa era arrivata la prima bocciatura (ne avevamo parlato qui): nelle persone sane un’aspirinetta al giorno non aiuta a prevenire i disturbi cardiaci e anzi provoca un leggero aumento di emorragie.  

I nuovi dati rincarano la dose di delusione: l’aspirina quotidiana non allontana il rischio di Alzheimer e di declino cognitivo. 

Tra le persone che hanno assunto l’aspirina e quelle che hanno assunto il placebo non è stata infatti osservata alcuna differenza significativa. 

«Sfortunatamente, il nostro ampio studio ha trovato che l’assunzione quotidiana di aspirina a basso dosaggio non ha procurato alcun beneficio ai partecipanti allo studio nel pervenire la demenza o nel rallentare il declino cognitivo», ha dichiarato Joanne Ryan, primo firmatario dello studio. 

Insomma, l’aspirina non sembra proprio possa vantare alcuna proprietà preventiva. Sarebbe stato bello il contrario. Nessuno sperava che il celebre farmaco potesse funzionare come un elisir di lunga vita, si è pensato però che le sue proprietà antinfiammatorie potessero avere qualche effetto protettivo tanto sul cuore quanto sul cervello. 

Ma i ricercatori non si arrendono, non tutte le speranze sono perdute, affermano. Resta in piedi un’ultima possibilità: potrebbe darsi che la durata dello studio (5 anni) sia troppo breve per consentire di cogliere gli eventuali benefici della strategia preventiva. I ricercatori hanno quindi dichiarato che continueranno il monitoraggio dei partecipanti per valutare gli effetti più a lungo termine della terapia. 

Restano invece scettici i due autori di un editoriale di accompagnamento allo studio David Knopman e Ronald Petersen, ricercatori della Mayo Clinic. I due scienziati condividono l’idea di partenza dello studio. È ragionevole pensare che l’aspirina, per la sua proprietà antinfiammatoria, possa contribuire a preservare le funzioni cognitive. Ma i risultati dello studio ASPREE purtroppo non hanno confermato questa ipotesi. Non è durato abbastanza? «Con una dimensione del campione di oltre 19mila partecipanti e un periodo di follow-up di più 4 anni, l'incapacità di rilevare i benefici in ASPREE significa che un effetto clinico dell'aspirina sulle capacità cognitive deve essere molto piccolo, nel caso in cui esista, deve essere molto piccolo», hanno scritto i due ricercatori. 

È da escludere, infine, che si possa immaginare di testare l’efficacia protettiva di un dosaggio più elevato. La dose di 100 milligrammi al giorno è il massimo che può essere somministrato a una persona in salute senza rischiare effetti collaterali che comprometterebbero gli eventuali benefici.  

Lo studio, per concludere,  possiede alcuni limiti che possono avere in parte influito sui risultati: più di un terzo delle persone reclutate ha smesso di assumere l’aspirina prima della fine dello studio, i partecipanti erano tutti in salute, con un rischio di demenza che sarebbe stato probabilmente comunque basso ed erano etnicamente troppo omogenei.