Alzheimer: perché colpisce di più le donne e cosa c’entra il senso di orientamento

Lo studio

Alzheimer: perché colpisce di più le donne e cosa c’entra il senso di orientamento

Il calo di estrogeni con la menopausa è considerato un fattore di rischio, ma uno studio del Cnr-Ibbc suggerisce che gli stessi ormoni potrebbero giocare a sfavore delle donne. Perché inducono un minor uso dell’ippocampo, coinvolto nella memoria e nell’orientamento, rendendolo più vulnerabile

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Immagine: Adam Jones from Kelowna, BC, Canada / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)
di redazione

Perché L’Alzheimer colpisce di più le donne? Il fatto che le donne vivano più a lungo degli uomini potrebbe contribuire a spiegare solo una parte del fenomeno. La scienza ha proposto negli anni altre ipotesi. La più accreditata finora riguarda gli ormoni: la menopausa e il conseguente calo degli estrogeni espone le donne a un maggior rischio poiché questi ormoni svolgono una funzione protettiva contro la morte cellulare (apoptosi) e l’infiammazione che favorisce la formazione di placche di Beta amiloide, il cui accumulo è tra le cause della patologia. Ma ora un gruppo di ricercatrici del Cnr-Ibbc mette in discussione la teoria degli estrogeni “buoni” mettendo in luce un altro aspetto degli ormoni femminili associato in qualche modo all’Alzheimer. 

Gli estrogeni infatti indurrebbero nelle donne un minore utilizzo dell’ippocampo, la struttura cerebrale deputata alla formazione della memoria a lungo termine e all’orientamento spaziale.  Un ippocampo poco allenato diventa più vulnerabile agli effetti dell’invecchiamento, tra i quali la riduzione di volume e la formazione di placche. La scoperta, pubblicata su Progress in Neurobiology, nasce dall’osservazione che maschi e femmine usano strategie cognitive diverse. 

«Se si chiede a delle persone di imparare a orientarsi in una città nuova per spostarsi da casa al lavoro, la maggior parte dei maschi tende a costruire una visione dall’alto della città, organizzata in una mappa spaziale, le femmine tendono invece a utilizzare una strategia ‘route-finding’ (ovvero, destra-sinistra, dritto, etc.).  L’utilizzo di queste due diverse strategie (la mappa e il route-finding) si basa sull’attivazione di circuiti cerebrali diversi: la creazione di una mappa richiede necessariamente il coinvolgimento dell’ippocampo, struttura del cervello che svolge un ruolo importante nella formazione della memoria a lungo termine e nell’orientamento spaziale, e che costituisce la regione più colpita dalla malattia di Alzheimer; per il ‘route-finding’ si possono usare invece altre regioni cerebrali, ad esempio il circuito fronto-striatale», spiega Elvira De Leonibus del Cnr-Ibbc e del Telethon Institute of Genetics and Medicine della Fondazione Telethon che ha coordinato la ricerca.

Per ché le donne non usano l’ippocampo quanto gli uomini per determinati compiti cognitivi? 

«Dall’analisi della letteratura corrente abbiamo osservato che la presenza di testosterone (ormone maschile), rispetto agli estrogeni (ormoni femminili), durante lo sviluppo del cervello, favorisce un maggiore sviluppo e una crescita neuronale dell’ippocampo. Inoltre, le evidenze sperimentali dimostrano che le fluttuazioni cicliche dei livelli di estrogeni nelle femmine adulte conferiscono instabilità alla rete ippocampale da cui dipendono i meccanismi della memoria, mentre nei maschi c’è una relativa stabilità dei livelli di testosterone», prosegue De Leonibus. 

Nelle donne, la variazione dei livelli di estrogeni agisce quindi sulla memoria. «Queste mutazioni ormonali, indipendenti dal fatto che ci sia qualcosa da memorizzare, attivano la risposta dei neuroni ippocampali e ne rafforzano le connessioni, fenomeno che abbiamo definito ‘engramma da estrogeno’. Ma dal momento che questo processo non è legato a una memoria da formare abbiamo ipotizzato che esso possa produrre una sorta di “rumore” nella rete ippocampale, che disturba la stabilità degli altri ricordi. Dunque, essendo l’ippocampo più sensibile di altre regioni all’effetto degli estrogeni, viene utilizzato meno dalle donne e proprio questo suo scarso utilizzo potrebbe essere ciò che lo rende nel tempo più esposto agli effetti dell'invecchiamento, secondo un meccanismo “use it or loose it” (se non lo usi lo perdi). Non bisogna infatti credere che a invecchiare per lo scarso utilizzo siano solo i muscoli, lo stesso accade anche alla funzionalità cerebrale», avverte De Leonibus.

Va da sé quindi che per cercare di ridurre il rischio di “atrofizzare” l’ippocampo e prevenire l’Alzheimer sia necessario usarlo il più possibile. Quali sono le attività più indicate? De Leonibus e il suo team propongono il ricorso, oltre che alla terapia sostitutiva a base di estrogeni, a trattamenti comportamentali specificamente progettati, tra cui l’orienteering. «Sport ancora poco noto in Italia, consiste nell’effettuare un percorso a tappe in un ambiente naturale, generalmente un bosco, con il solo aiuto di una bussola e di una cartina geografica dettagliata in scala. Come detto, l’ippocampo è una regione altamente specializzata per l’orientamento spaziale, per cui questo tipo di allenamento coinvolge questa struttura cerebrale più di altre. È importante comunque sottolineare che le differenze di genere nell’utilizzo delle diverse strategie cognitive possono essere modulate da fattori ambientali legati all’educazione e che non tutte le donne mostrano il profilo di “non ippocampo-user”». 

Questi risultati rafforzano ulteriormente l’importanza degli studi che mirano a identificare le differenze di genere e a verificare se queste si associano a un profilo a più alto rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer.