C'è un legame tra alimenti industriali e cancro?

Il sospetto

C'è un legame tra alimenti industriali e cancro?

Sembrerebbe di sì. Ma nessun allarme. Certo, è meglio privilegiare cibi freschi e poco processati
redazione

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Merendine, snack e bibite gassate finiscono sul banco degli imputati, accusati di aumentare il rischio di alcuni tipi di cancro, in particolare di quello al seno. Ma le prove, sufficienti ad alimentare sospetti, non consentono una condanna definitiva.

Merendine, snack, bibite gassate, cereali zuccherati, piatti pronti e prodotti a base di carne in scatola. Prendendo in prestito il termine inglese, ci riferiamo a quei cibi “processati”, gli alimenti industriali confezionati che hanno subito un complesso processo di elaborazione prima di finire sugli scaffali dei supermercati. Perché ne parliamo? Certamente non per consigliarli: uno studio pubblicato sul Bmj ha infatti trovato una possibile associazione tra questi cibi e alcuni di tipi di tumore. 

Ma la premessa è d’obbligo: lo studio in questione è del tipo “osservazionale”, ovvero si limita a constatare una correlazione tra due fenomeni, in questo caso gli alimenti processati e il cancro, senza però poter dimostrare un legame di causa ed effetto tra i due. Insomma, si tratta di semplici indizi, rilevanti e degni di attenzione, è vero, ma non di prove. Nessun giudice, di fronte a questo impianto accusatorio, potrebbe emettere un verdetto di colpevolezza. 

È sotto questa lente che vanno letti i risultati dell’indagine condotta dai ricercatori francesi e brasiliani.  Vediamo quali sono. 

La ricerca ha coinvolto più di 100 mila adulti (22% uomini e 78% donne) dall’età media di 43 anni che hanno risposto a un questionario on line sulle abitudini alimentari ideato per monitorare il consumo di più di 3mila alimenti.  

I cibi elencati nei formulari erano stati divisi in diverse categoria a seconda del processo di elaborazione che avevano subito. I casi di cancro venivano rilevati attraverso le dichiarazioni dei partecipanti accompagnate da documentazione clinica e attraverso le informazioni contenute nei database nazionali. 

Dopo aver minuziosamente escluso l’impatto di altri fattori, come età, livello di istruzione, famigliarità con malattie oncologiche, stile di vita, fumo e sedentarietà, i ricercatori si sono ritrovati tra le mani alcuni dati poco rassicuranti: a un aumento del 10 per cento del consumo di cibi “processati” corrisponde un aumento del 12 per cento del rischio di ammalarsi di tumore in generale e dell’11 per cento di avere un cancro al seno. Non è stata trovata alcuna associazione, invece, con il cancro della prostata e del colon-retto. 

I cibi sottoposti a processi di lavorazione poco elaborati sembrerebbero meno pericolosi. Non sono state trovate, infatti, prove di danni alla salute causati dal consumo di verdure in scatola, formaggi e pane non confezionato. 

Dallo studio emerge inoltre che mangiare cibi freschi o minimamente lavorati riduce le probabilità di ammalarsi di cancro. Ci riferiamo a frutta, verdura, riso, pasta, pesce e latte. 

«Da quanto ne sappiamo - scrivono gli autori dell’indagine - questo è il primo studio che indaga e mette in evidenza un aumento del rischio di cancro in generale e di quello al seno in particolare associato al consumo di cibo molto elaborato». 

Tutto è ancora da dimostrare, ma gli indizi raccolti su un campione così ampio sono sufficienti per alimentare fondati sospetti: la crescente popolarità degli alimenti confezionati ricchi di grassi, zuccheri e sale ma poveri di vitamine e fibre «potrebbe provocare - ipotizzano gli autori - un aumento dei casi di cancro nei prossimi anni». Si stima che attualmente il consumo di questi cibi, già ritenuti tra i principali responsabili della diffusione dell’obesità, provveda al 50 per cento dell’introito energetico quotidiano nei Paesi sviluppati. 

Martin Lajous e Adriana Monge, i due scienziati del National Institute of Public Health in Messico che hanno firmato un editoriale di accompagnamento allo studio, invitano però alla cautela. «Bisogna fare attenzione a trasmettere i punti di forza e le limitazioni di questa ricerca al pubblico facendo comprendere la complessità delle ricerche nutrizionali nella popolazione».

E, seguendo il consiglio, riassumiamo i punti di forza e quelli di debolezza della ricerca. Per quanto riguarda i primi, l’ampiezza del campione analizzato rende l’indagine sicuramente degna di attenzione. Lo studio però, passando ai secondi, non fornisce alcun tipo di informazione su quali precisi componenti alimentari siano collegati al rischio di cancro. Ancora non sappiamo, per esempio, se il pericolo sia provocato più da ciò che gli alimenti processati contengono (sale, zucchero, grassi) o da ciò che non contengono (fibre e vitamine) o da entrambe le cose. 

«Questo studio - scrivono gli autori dell’editoriale -  rappresenta uno sguardo iniziale su una possibile associazione tra cibo processato e cancro, ma siamo ancora molto lontani dalla comprensione delle sue implicazioni sulla salute e sul benessere».