La corsa “modella” il cervello

L’effetto positivo

La corsa “modella” il cervello

Nei runner aumentano le connessioni cerebrali. Come succede ai musicisti
redazione

Per tutti i runner navigati è un invito a continuare, per chi invece non ha mai praticato la corsa è l’incoraggiamento che mancava per iniziare. Il recente studio condotto dai ricercatori dell’Università dell’Arizona infatti aggiunge ai numerosi vantaggi già noti, periodicamente ricordati sulle riviste di medicina sportiva, un altro e finora poco indagato effetto positivo della corsa: fa bene al cervello. Di più: correre, soprattutto se si inizia da giovani, potrebbe servire a prevenire le fisiologiche défaillance mentali dell’invecchiamento e, addirittura, il rischio di malattie degenerative. Da tener presente in questi giorni dedicati alla meticolosa compilazione della lista dei buoni propositi per l’anno nuovo. 

Le immagini della risonanza magnetica non mentono: nel cervello dei runner si nota una maggiore connettività funzionale rispetto al cervello di persone che non corrono. E, nonostante tutti gli appassionati di corsa sappiano che negli allenamenti la mente è coinvolta quanto il corpo, l’impatto sul cervello di questa attività sportiva non è un fatto tanto scontato per la scienza. 

Finora, infatti, le neuroscienze avevano riconosciuto la capacità di modificare il cervello ad altre attività, tutte contraddistinte da un costante allenamento per mantenere il controllo di movimenti accurati, piccoli e precisi.  Tra queste ci sono la musica, il golf, il tennis, la danza. In tutti questi casi sono richiesti gesti puliti e controllati. E sono proprio le azioni di quel tipo, perfettamente dosate, quelle ritenute capaci di aumentare la connettività funzionale, riuscendo a mantenere correlate nel tempo le attività di distinte aree cerebrali. 

Questo complesso coordinamento del corpo, così proficuo per il cervello, non viene richiesto ai runner. Non c’è nulla nella corsa che somigli al minuzioso dominio dei movimenti tipico delle altre attività. Ripetitiva e monotona, la corsa non impone a chi la pratica alcun virtuosismo stilistico: per i runner vale “quanto” si corre più di “come” si corre. 

Ecco perché la corsa è stata per lo più trascurata dalla maggior parte degli studiosi del cervello. Ad eccezione di due scienziati dell’Università dell’Arizona:  David Raichlen, antropologo ed esperto di corsa, e Gene Alexander psicologo e studioso di Alzheimer, convinti che anche l’attività sportiva basata esclusivamente su velocità e resistenza abbia un impatto positivo sul cervello. 

«Questa attività considerata ripetitiva - afferma Raichlen - in realtà coinvolge molte complesse funzioni cognitive che possono aver un impatto sul cervello». 

Così i ricercatori hanno reclutato un gruppo di uomini di età compresa tra i 18 e i 25 anni, che avevano lo stesso indice di massa corporea, e lo stesso livello di istruzione, ma diverso stile di vita. Un gruppo si allenava costantemente con corse di lunga durata, mentre l’altro non faceva alcuna attività fisica. Tutti i partecipanti sono stati sottoposti alla risonanza magnetica cerebrale in condizioni di assoluto riposo. 

Le immagini hanno confermato le convinzioni dei due ricercatori. Nel cervello dei runner sono presenti maggiori connessioni tra differenti regioni in diverse aree del cervello. Una di queste, la corteccia frontale, ha un ruolo fondamentale nelle funzioni cognitive e nella capacità di spostare l’attenzione rapidamente da un compito a un altro. Non sappiamo ancora quanto quelle modifiche incidano sulle reali capacità cognitive. È troppo presto cioè per poter affermare che il cervello dei runner ha una marcia in più ed è più multitasking, ma la ricerca americana, focalizzata sui giovani, spinge ad studiare meglio il rapporto tra l’attività fisica praticata da ragazzi e il funzionamento del cervello più avanti negli anni. 

«Una delle questioni chiave che emerge da questi risultati - spiega Alexander -  è comprendere se ciò che osserviamo nei giovani adulti, in termini di differenze sulla connettività - possa portare a qualche beneficio in età avanzata. Le aree del cervello dei runner dove noi abbiamo osservato una maggiore connettività sono le stesse che subiscono l’impatto dell’invecchiamento. Quindi sorge effettivamente la domanda se essere attivi da giovani può essere potenzialmente vantaggioso e procurare qualche forma di protezione nei confronti degli effetti dell’invecchiamento e delle malattie neurodegenerative». Per scoprirlo sono necessari altri studi.