Così la carenza di ferro può compromettere l’efficacia dei vaccini

Lo studio

Così la carenza di ferro può compromettere l’efficacia dei vaccini

I vaccini effettuati nei Paesi poveri sono meno efficaci di quelli effettuati nei Paesi ad alto reddito. E ora si è scoperto come mai: tutta colpa dell’anemia, una condizione diffusa tra i bambini dei Paesi a basso reddito. La carenza di ferro riduce il potere protettivo del vaccino

di redazione

Come mai le vaccinazioni effettuate nei Paesi a basso reddito sono meno efficaci di quelle effettuate nei Paesi ad alto reddito? La risposta è arrivata da due studi pubblicati su Frontiers in Immunology: l’anemia dei bambini riduce l’effetto protettivo dei vaccini. 

Entrambi gli studi sono stati condotti in Kenya dove la carenza di ferro è frequente tra i bambini. 

Nel primo studio i ricercatori hanno prelevato campioni di sangue  di 303 bambini, seguiti dalla nascita fino all'età di 18 mesi, per calcolare sia i livelli di ferro che la quantità di anticorpi contro gli antigeni dei vaccini somministrati.

Dalle analisi è emerso che oltre la metà dei bambini aveva già sofferto di anemia tra le 10 e le 24 settimane e che oltre il 90 per cento aveva bassi livelli di emoglobina e globuli rossi.

I ricercatori hanno scoperto che i bambini nati con bassi livelli di ferro correvano il rischio di avere una protezione vaccinale debole. All’età di 18 mesi i bambini anemici avevano il doppio di probabilità di non possedere più gli anticorpi procurati dal vaccino contro la difterite, i diversi tipi di pneumococco e altri agenti patogeni. 

Molti bambini in Kenya, come in altri Paesi dell’Africa subsahariana, nascono già con carenze di ferro rilevanti perché le loro mamme hanno un’alimentazione povera di sostanze nutritive. La situazione può poi peggiorare nei primi mesi di vita a causa delle infezioni che causano diarrea.  

Nel secondo studio, gli scienziati hanno somministrato una polvere contenente micronutrienti a 127 bambini di sei mesi una volta al giorno per circa quattro mesi. Il prodotto destinato a 85 bambini conteneva ferro, mentre gli altri bambini non hanno ricevuto integratori di ferro. 

All’età di 9 mesi tutti i bambini sono stati sottoposti alla vaccinazione antimorbillo. Ebbene, quelli che avevano assunto l’integratore di ferro mostravano una maggiore risposta immunitaria, valutata in base a due parametri: il numero di anticorpi nel sangue all’età di 12 mesi e l’efficacia di questi anticorpi nel riconoscere i patogeni. 

I risultati dei due studi invitano quindi ad aggiornare le linee guida dell’Oms che suggeriscono alle mamme di nutrire i propri figli esclusivamente con latte materno fino ai sei mesi di età. 

In parte questa raccomandazione serve per evitare potenziali infezioni trasmesse attraverso l’acqua. 

Per questo motivo, i ricercatori non hanno somministrato gli integratori alimentare ai bambini prima dei sette mesi, sebbene la maggior parte delle vaccinazioni, a eccezione di quella contro il morbillo, fossero già state effettuate. Tuttavia, gli scienziati ritengono che negli ultimi tempi l’acqua sia diventata più sicura in molti Paesi e che le linee guida dell’Oms andrebbero aggiornate per consentire ai bambini di ricevere il giusto apporto di ferro attraverso gli integratori.  

«Nei neonati del Kenya, anemia e carenza di ferro al momento della vaccinazione sono indicativi di una riduzione della risposta a vaccini contro la difterite, la pertosse e lo pneumococco. La risposta primaria al vaccino contro il morbillo può essere aumentata con l'integrazione di ferro al momento della vaccinazione. Questi risultati sostengono che la correzione della carenza di ferro durante la prima infanzia può migliorare la risposta del vaccino», concludono i ricercatori.