Così la dieta occidentale predispone alle infezioni ricorrenti

Il legame

Così la dieta occidentale predispone alle infezioni ricorrenti

Le diete a basso contenuto di fibre aumentano il rischio di infezioni croniche. Lo studio sugli animali dimostra quanto un cambio di alimentazione incida sul rischio di infezioni. Rinunciare alle fibre rende più difficile eliminare i patogeni

StockSnap_70RXKSHZDO.jpg

Photo by <a href="https://stocksnap.io/author/mattbangophotos">Matt Bango</a> from <a href="https://stocksnap.io">StockSnap</a>
di redazione

Appare, scompare, riappare e così via all’infinito. Le si provano tutte ma l’infezione non se ne va, diventa cronica e resiste a tutte le terapie. Può succedere con alcuni batteri come Escherichia coli responsabile di infezioni del tratto urinario o intestinale. E potrebbe dipendere da quel che si mangia, ma soprattutto da quel che non si mangia. Uno stile alimentare “occidentale” ricco di alimenti lavorati e di grassi e povero di fibre predispone alle infezioni ricorrenti. 

Lo ha dimostrato uno studio appena pubblicato su PLOS Pathogens che dimostra l’impatto di una dieta scorretta sul rischio di infezioni. L’importanza di quel che si mette a tavola è emersa in un esperimento sui topi. I ricercatori hanno scoperto che il passaggio dall’alimentazione tradizionale a base di di cereali a una dieta ad alto contenuto di grassi e basso contenuto di fibre (all’occidentale, per intenderci) ha comportato una rapida riduzione del numero di batteri intestinali e di conseguenza un abbassamento delle difese immunitarie. 

Infatti i topi alimentati all’accidentale avevano meno probabilità di liberarsi del patogeno Citrobacter rodentium insediatosi nell’intestino rispetto agli animali che consumavano alimenti ricchi di fibre. Non solo: nei caso in cui gli sforzi terapeutici andassero a buon fine e l’infezione venisse debellata, gli animali rischiavano di ammalarsi nuovamente non appena venivano esposti al patogeno. A quel punto l’infezione diventava cronica. 

Il Citrobacter rodentium può essere considerato la versione animale di Escherichia coli ed è quindi plausibile pensare che possa accadere lo stesso negli esseri umani. 

«Abbiamo osservato che il passaggio da una dieta a base di roditori a una in stile stile occidentale ha alterato nei topi l’andamento dell'infezione da Citrobacter. I topi che consumavano la dieta in stile occidentale sviluppavano spesso un'infezione persistente associata a infiammazione di basso grado e resistenza all’insulina», afferma Andrew Gewirtz, professore presso l'Institute for Biomedical Sciences della Georgia State University e coautore dello studio.

La dieta occidentale è il regime alimentare meno indicato per la salute dell’intestino. Chi adotta il Western-style a tavola consuma elevate quantità di alimenti processati, carne rossa, latticini ad alto contenuto di grassi, cibi ad alto contenuto di zucchero e cibi preconfezionati e non consuma fibre, necessarie per alimentare il microbiota intestinale. Lasciati senza nutrimento i batteri dell’intestino non proliferano e non riescono a esercitare la funzione protettiva nei confronti delle infezioni.  È come se l’intestino venisse lasciato alla mercé dei batteri patogeni che sono liberi di entrare facilmente e di restare a lungo indisturbati. 

«Questi studi dimostrano quanto la dieta possa alterare il microbiota e i suoi metaboliti influenzando il decorso e le conseguenze dell'infezione in seguito all'esposizione a un patogeno intestinale. Noi ipotizziamo che il rimodellamento del microbiota intestinale da parte di nutrienti che promuovono batteri benefici capaci di contrastare i patogeni possano essere un mezzo per promuovere ampiamente la salute», afferma Jun Zou, assistente professore presso l'Istituto di scienze biomediche e coautore senior dello studio.