Demenza: un caso su tre è prevenibile

Il Rapporto

Demenza: un caso su tre è prevenibile

Sono 9 i fattori di rischio responsabili del 35 per cento dei casi di malattie neurodegenerative. Il declino cognitivo si combatte meglio senza farmaci, con la prevenzione. Cominciando sin da piccoli

di redazione

Perdita di udito, fumo, depressione, ipertensione. Sono alcuni dei fattori di rischio su cui si può intervenire per allontanare il pericolo di soffrire di demenza. Così facendo si riuscirebbe a prevenire un caso su tre di declino cognitivo dovuto alle malattie neurodegenrative. È il risultato del lavoro della Lancet Commission on Dementia Prevention and Care, presentato all’Alzheimer's Association International Conference (Aaic) 2017 e pubblicato su The Lancet

I 24 esperti internazionali chiamati a far parte della Commissione avevano un compito difficile: fornire indicazioni valide su come trattare e prevenire la patologia che più di altre lascia i medici disarmati. Di demenza soffrono circa 47 milioni di persone nel mondo, ma il numero è destinato a crescere a velocità esponenziale: 66 milioni nel 2030 e 115 milioni nel 2050.

Finora tutti gli sforzi della ricerca si sono concentrati sullo sviluppo di farmaci per la cura e la prevenzione, ma il Rapporto della Commissione invita gli scienziati a cambiare prospettiva puntando su interventi non farmacologici. 

«C’è stato un grande impegno per lo sviluppo di medicine capaci di prevenire le forme di demenza tra cui la malattia di Alzheimer - spiega Lon Schneider, professore di psichiatria e di scienze comportamentali alla  Keck School of Medicine di Los Angeles e membro della Commissione - Ma non possiamo ignorare i più importanti progressi che abbiamo già fatto per il trattamento della demenza, compresi gli interventi di prevenzione».

Gli esperti della Commissione hanno individuato 9 fattori di rischio presenti nelle tre età della vita, infanzia, età di mezzo, e terza età, responsabili del 35 per cento dei casi di demenza (1 su 3). Puntando sull’istruzione da piccoli e il monitoraggio dell’udito, dell’ipertensione e il controllo del peso nella mezza età si può ottenere una riduzione del rischio del 20 per cento. Se poi, superati i 55 anni si smette di fumare, si trattano i sintomi della depressione, si aumenta l’attività fisica e si mantengono i rapporti sociali, si riduce il rischio di demenza di un altro 15 per cento. 

«La potenziale efficacia di interventi su questi fattori di rischio per ridurre la demenza è maggiore di ciò che potremmo mai  aspettarci dai farmaci attuali o da quelli sperimentali - sostiene Schneider -  Ridurre  i fattori di rischio è una strategia efficace per ridurre l’impatto della demenza nel mondo». 

Ecco la lista dei fattori di rischio. 

L’educazione

La prevenzione comincia da piccoli. Un livello di istruzione basso aumenta il rischio di soffrire di demenza. Chi ha passato pochi anni della sua vita a studiare, saltando per esempio le scuole superiori, ha una scarsa “riserva cognitiva”, quella che invece permette alle persone più istruite di compensare le defiance cerebrali dovute al declino cognitivo. L’associazione tre livello di istruzione e demenza si ferma però alla terza media. I ricercatori ammettono di non avere ancora chiarito l’impatto degli studi superiori sulla salute del cervello. 

L’udito

La perdita di udito è un fattore di rischio fino a oggi sottovalutato. Eppure i risultati di molti studi scientifici dimostrano che anche un leggero abbassamento dell’udito può avere conseguenze a lungo termine sulle capacità cognitive. In questo caso le persone più interessate sono quelle di mezza età: il 32 per cento degli over 55 anni mostrano un calo dell’udito che può avere ripercussioni sulla salute cerebrale.

Attività fisica

Muoversi fa bene al cervello. Le persone che hanno un’età superiore ai 55 anni impegnate in una costante attività fisica hanno maggiori probabilità di mantenere la mente in forma. A questa conclusione si è giunti soprattutto raccogliendo dati sulle abitudini opposte: le persone sedentarie sono più esposte al rischio di declino cognitivo rispetto ai coetanei più attivi. 

Diabete, ipertensione e obesità

Tra tutti i fattori di rischio cardiovascolari, l’ipertensione è quello maggiormente associato alle malattie neurodegenerative. Anche l’obesità e la sindrome metabolica sono associate alla demenza. La ridotta produzione di insulina nel cervello, conseguenza di queste patologie, può compromettere infatti lo smaltimento dell’amiloide. Inoltre, il sovrappeso aumenta il livello di infiammazione nell’organismo con conseguenze negative per il cervello. 

Il fumo

Le sigarette sono un fattore di rischio per due ragioni: aumentano le probabilità di malattie cardiovascolari, a loro volta associate alla demenza, e contengono alcune neurotossine che possono avere conseguenze nocive sulla salute del cervello. 

La depressione 

I sintomi della depressione possono essere un campanello di allarme per la demenza. I membri della Commissione si sono chiesti se la depressione fosse una causa o una conseguenza della malattia.  Passando al vaglio una serie di studi che hanno monitorato a lungo la salute dei partecipanti, i ricercatori hanno concluso che la depressione può essere considerata un fattore di rischio solo quando insorge 10 anni prima della patologia. Ciò significa che i sintomi depressivi della mezza età non devono essere considerati premonitori di un futuro declino cognitivo.

I rapporti sociali

L’isolamento sociale è pericoloso tanto quanto l’ipertensione, la sedentarietà e la depressione. E i tre fattori di rischio si alimentano a vicenda. Inoltre, chi rinuncia alla socialità è solitamente meno impegnato in attività cerebrali accelerando così il declino cognitivo. 

La dieta

La dieta mediterranea trionfa ancora una volta: riduce la concentrazione di glucosio e di insulina, e abbassa i livelli di stress ossidativo e di infiammazione. Mostrando un potere protettivo sull’organismo in generale.

Traumi cranici

Per il Parkinson e la demenza a corpi di Lewy i traumi alla testa sono un documentato fattore di rischio.  Non vale lo stesso per l’Alzheimer. Dall’analisi degli studi effettuati finora, i membri della Commissione non hanno trovato prove sufficienti dell’associazione tra i ripetuti colpi alla testa, tipici di alcuni sport, e il rischio di Alzheimer.