Ecco perché il messaggio pro-vaccini non convince tutti

Psicologia

Ecco perché il messaggio pro-vaccini non convince tutti

scared_child.jpg

By D Sharon Pruitt, via Wikimedia Commons
di Giovanna Dall’Ongaro

È diventato il cruccio di chi organizza campagne di prevenzione. 

Dall’Europa agli Stati Uniti la sfida per tutti i creativi al servizio dei ministeri della salute è, da qualche tempo a questa parte, una sola: trovare il modo di convincere i genitori a vaccinare i propri figli. Le strategie adottate finora non hanno funzionato granché, sostengono due psicologi sulla rivista Trends in Cognitive Sciences, per un motivo molto semplice: le ragioni a favore dell’immunizzazione sono tanto valide quanto controintuitive.  

Vediamo perché. 

In parte dipende dal nostro intuitivo senso del disgusto: ci preserva da alcune infezioni tenendoci alla larga, per esempio, dagli escrementi o dai cibi marci, ma ci fa anche storcere il naso di fronte alla dose minima di agenti contaminanti introdotta con le vaccinazioni, che in molti guardano con sospetto. 

A complicare le cose poi entra in gioco un altro insidioso meccanismo cognitivo, noto come “omission bias”. Si tratta della tendenza a considerare più pericoloso qualcosa che si fa piuttosto che qualcosa che non si fa. Nel caso dei vaccini, l’iniezione che immunizza (un’azione concreta) viene percepita come più rischiosa, per i possibili effetti collaterali, della malattia che previene (un’eventualità). In base a questa reazione intuitiva, un genitore potrebbe considerare insopportabile convivere con il rimorso per un danno causato dalla vaccinazione e preferire, piuttosto, saltare l’appuntamento con il pediatra. 

E infine, la beffa: l’appeal delle vaccinazioni svanisce proprio all’ombra dei tanti successi riportati. Le malattie non vengono più temute perché le vaccinazioni le hanno sconfitte? Allora, non c’è più motivo per vaccinarsi. 

Questi “ostacoli cognitivi”, dicono i due psicologi, che rendono  il messaggio “vaccinarsi fa bene” così difficile da “vendere”,  impongono anche di mettere in discussione tante convinzioni date per scontate.  

A partire dalla versione che sui media va per la maggiore. La tesi dell’esistenza di due fronti opposti, quello dei pro-vaccini e quello degli anti-vaccini, l’uno contro l’altro armati, non regge ai colpi sferrati dall’analisi degli autori dell’articolo. Se è vero, come i due psicologi dimostrano, che esistono appunto comprovati “ostacoli cognitivi” che rendono i vaccini poco “appetibili” alla ragione, la rigida divisione manichea tra le due fazioni si incrina. 

Così si scopre che i genitori “pro” e “anti” sono molto diversi da come vengono rappresentati  e forse non così lontani gli uni dagli altri. È probabile che quanti vaccinano i figli siano, nella maggior parte dei casi passivi, esecutori delle indicazioni istituzionali e scientifiche e non agguerriti sostenitori di  una convincente verità fatta propria. Dall’altro lato, quelli che rifiutano le iniezioni sono più inclini a seguire i loro istintivi e psicologicamente comprensibili dubbi piuttosto che a seguire fumose tesi complottistiche.

Insomma, dicono pragmaticamente i due psicologi, per convincere le mamme e i papà a vaccinare i loro figli, bisogna ripartire da un presupposto:  il messaggio non è scontato e le perplessità derivano da legittime diffidenze della ragione.

Che possono essere superate solo se comprese.