I ginecologi italiani fanno chiarezza sull’importanza e l’efficacia della vaccinazione anti-papillomavirus

La nota congiunta

I ginecologi italiani fanno chiarezza sull’importanza e l’efficacia della vaccinazione anti-papillomavirus

redazione

Sicuro ed efficace. Il vaccino anti papilloma virus (Hpv) è un’arma fondamentale nella prevenzione del tumore del collo dell’utero. Lo ribadiscono in una nota congiunta le società rappresentative dei ginecologi italiani, la Società Italiana di Ginecologia ed Ostetricia (Sigo), l’Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani (Aogoi) e l’Associazione Ginecologi Universitari Italiani (Agui). 

«I vaccini anti Hpv attualmente disponibili - dicono i ginecologi - che coprono fino a nove sottotipi del virus (16, 18, 6, 11, 31, 33, 45, 52 e 58) rappresentano un’arma straordinaria di prevenzione dell’infezione persistente da Hpv, delle lesioni pre cancerose da questa causate e dei tumori ad essa correlate». 

In Italia, la vaccinazione anti Hpv è offerta  gratuitamente a tutte le dodicenni (11 anni compiuti) dal 2007-08. Il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2017-19 ha inserito la vaccinazione anti Hpv nel calendario vaccinale per tutti gli adolescenti di sesso femminile e maschile, da effettuarsi nel corso del 12° anno di età. I vaccini hanno dimostrato un’efficacia clinica di quasi il 100 per cento nel ridurre le lesioni pre cancerose del collo dell’utero (CIN3) causate da HPV 16 e 18, responsabili di circa il 70 per cento dei casi di cervicocarcinoma invasivo. I vaccini sono sicuri: gli effetti collaterali sono di lieve entità e durata. 

Eppure la percentuale di copertura auspicata dal Ministero nel 2007 (95 per cento delle coorti attivamente chiamate) è ben lungi dall’essere stata raggiunta: ora è introno al 60 per cento. «Lo sforzo comunicativo e informativo - si legge nella nota -  da parte delle diverse figure istituzionali e professionali coinvolte deve essere maggiore, costante e sempre più e meglio coordinato, perché forte è il “potere della bufala” o della disinformazione, talvolta anche in perfetta buona fede, nel modello comunicativo e relazionale proprio della società attuale. È uno sforzo immane, ma la conferma che sia una battaglia che debba essere combattuta viene dagli occhi e dalle parole di ogni donna che ancora oggi, quotidianamente, giunge nei nostri reparti per colpa di una malattia potenzialmente eradicabile».  

 

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