Mammografia: la dottoressa che ha avuto il cancro prescrive più controlli

L’indagine

Mammografia: la dottoressa che ha avuto il cancro prescrive più controlli

Le esperienze personali dei medici influenzano le decisioni sui pazienti
redazione

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Se una parente, una proprio paziente, un’amica o la dottoressa stessa hanno ricevuto una diagnosi tardiva, la mammografia viene prescritta anche alle donne che non rientrano nella casistica delle linee guida. 

Le linee guida dicono una cosa, ma i medici ne fanno un’altra. Succede nel caso dello screening per il tumore al seno: i dottori invitano le pazienti a sottoporsi a controlli in più rispetto a quelli previsti dalle indicazioni internazionali. Da una indagine appena pubblicata su Jama Internal Medicine emerge che l’eccesso di zelo dei camici bianchi è spesso dovuto a vicende personali. Se una parente, una paziente, un’amica o la dottoressa stessa hanno ricevuto una diagnosi tardiva, la mammografia viene prescritta anche alle donne che non rientrano nella casistica delle linee guida. 

L’American Cancer Society suggerisce alle donne di scegliere in base a criteri personali tra i 40 e i 44 anni, di eseguire una mammografia all’anno a partire dai 45 anni e una ogni due anni dopo i 55. La strategia preventiva della US Preventive Services Task Force è ancora più leggera, con controlli biennali per le donne tra i 50 e i 74 anni.  In Italia, come indicato dal Ministero della Salute, lo screening per la diagnosi precoce del tumore mammario è rivolto «alle donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni e si esegue con una mammografia ogni 2 anni.  In alcune Regioni si sta sperimentando lo screening tra i 45 e i 74 anni (con una periodicità annuale nelle donne sotto ai 50 anni)».

L’indagine che ha coinvolto 848 medici americani ha dimostrato che le loro storie personali hanno ripercussioni sulla prescrizione degli esami diagnostici. Chi ha conosciuto il cancro al seno da vicino consiglia i controlli anche alle donne non contemplate nelle linee guida. 

Tra i dottori che hanno partecipato allo studio, 246 erano internisti, 379 medici di famiglia e 223 ginecologi. In confronto agli altri, i camici bianchi che avevano conosciuto almeno una persona colpita da un tumore diagnosticato in fase avanzata erano molto più inclini a raccomandare la mammografia alle donne tra i 40 e i 44 anni (93 per cento in confronto a 86 per cento)  e a quelle con più di 75 anni (84 per cento versus 69 per cento). Oramai si sa, perché se ne è parlato tanto, che aumentare i controlli non è sempre un bene. La prudenza eccessiva si porta dietro il rischio di sovradiagnosi con maggiori probabilità di falsi positivi e questo pericolo non può essere ignorato dagli esperti di salute pubblica chiamati a valutare costi e benefici dei programmi di prevenzione. Per gli autori dell’indagine vorrebbero trovare un modo per evitare che le esperienze personali influenzino le scelte dei medici.

«I nostri risultati - ha dichiarato  Craig Evan Pollack della Johns Hopkins University di Baltimora e principale autore dello studio - suggeriscono che dobbiamo aiutare i medici a comprendere meglio l’impatto che le esperienze personali di famigliari, amici o pazienti, possono avere sulla pratica clinica. Come primo passo per migliorare l’aderenza alle linee guida, potrebbe essere necessario mettere a punto strategie per aiutare i medici a riconoscere le esperienze personali che possono influenzare le loro decisioni».