Per la mammografia gli esami non finiscono mai

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Per la mammografia gli esami non finiscono mai

Scova troppi tumori innocui costringendo a trattamenti inutili. Nonostante ciò vale la pena farla
Cristina Gaviraghi

Un esame mammografico ogni due anni per le donne con un’età compresa tra i 50 e i 69 anni: queste sono le linee guida per lo screening del tumore al seno più diffuse, anche in Italia dove, in questa fascia di età, l’esame è a carico del Sistema Sanitario Nazionale.

Negli ultimi tempi, però, sono in aumento i casi di cancro alla mammella in donne ancor più giovani e anche nel nostro paese c’è chi caldeggia il ricorso alla mammografia annuale a partire dai 45 anni fino ai 54, per poi tornare allo screening ogni due anni. 

D’altra parte questo è anche quanto raccomanda negli USA l’American Cancer Society nelle sue linee guida riviste nel 2015. Oltreoceano c’è, però, anche chi vorrebbe anticipare ancor di più, come l’American College of Radiology che consiglia ogni anno la mammografia già alle quarantenni. 

Il dibattito su quando e con che frequenza sottoporsi a questa pratica diagnostica è più vivo che mai così come quello sulla sua reale efficacia nel diminuire la mortalità per questa neoplasia. Diversi studi, infatti, mettono in dubbio l’utilità di un regolare screening mammografico.

Ultima, in ordine cronologico, una ricerca apparsa sugli Annals of Internal Medicine a opera di alcuni studiosi dell’ospedale universitario Rigshospitalet di Copenhagen che ha risollevato la questione delle sovradiagnosi. 

Con questo termine si indicano quelle diagnosi che individuano tumori localizzati e di piccole dimensioni che non tenderanno a crescere e a diventare una minaccia per la paziente e che quindi potrebbero, come invece avviene, anche non essere trattati. L’indagine danese ha stimato che le sovradiagnosi riguarderebbero circa una donna su tre con un’età compresa tra i 50 e i 69 anni.

Il dato è frutto dell’analisi delle cartelle cliniche di donne danesi diagnosticate per questa neoplasia dal 1980 al 2010, un lasso di tempo che comprende quindi un periodo pre-screening mammografico, introdotto in Danimarca nel 1991 in alcune regioni e successivamente esteso in modo progressivo ad altre, e uno post-screening. 

Secondo i ricercatori, l’introduzione della regolare esecuzione della mammografia a partire dai 50 anni avrebbe aumentato l’identificazione di tumori non invasivi senza però avere effetto sul numero di neoplasie in stadio avanzato riscontrato e, in ultima analisi, sulla riduzione della mortalità.  

«É improbabile quindi che lo screening mammografico migliori la sopravvivenza di queste pazienti e riduca il ricorso a interventi di chirurgia invasiva», puntualizza Karsten Juhl Jorgensen, principale autore dello studio. Una sovradiagnosi porta infatti con sé, oltre a paure e ansia per la donna, anche trattamenti chirurgici, chemioterapici o radiologici non necessari. 

Lo studio danese inoltre sembra dare man forte a un’altra ricerca apparsa a fine 2016 sul New England Journal of Medicine in cui, da dati su donne con tumore al seno raccolti tra il 1975 e il 2012, i ricercatori hanno dedotto che le sovradiagnosi siano più di quanto sospettato e che la riduzione della mortalità per questa neoplasia sia da imputare più al miglioramento dei trattamenti che all’implementazione dello screening mammografico. 

La mammografia ha permesso di identificare tumori di piccole dimensioni che un tempo non era possibile individuare. Non sembra essere in discussione questa sua capacità, quanto piuttosto l’utilità di sottoporre a questa indagine, a scopo preventivo, una larga fetta della popolazione femminile con regolare cadenza. 

Chi sostiene l’utilità degli screening mammografici insiste sul fatto che sia difficile prevedere l’evoluzione di un tumore di piccole dimensioni, se continuerà a crescere, se smetterà di farlo o se addirittura potrà regredire. Difficile dunque stabilire quale sia una sovradiagnosi, se non a posteriori. Preoccupa inoltre il fatto che studi come quello danese possano far abbassare la guardia e inducano molte donne a pensare che il cancro al seno possa non fare così paura. 

Se è vero che a volte si trattano inutilmente tumori che non saranno mai pericolosi, è altrettanto vero che grazie agli screening mammografici si curano donne che ne hanno davvero bisogno. «Al netto si salvano delle vite, anche se la questione delle sovradiagnosi esiste ed è preoccupante», dichiara in un editoriale di accompagnamento allo studio Otis Brawley, direttore medico dell'American Cancer Society.

Nessun tipo di screening è perfetto e nessuno di essi può garantire di eliminare la mortalità per cancro. «Gli studi come quello danese aiutano a definire meglio quale sia l’efficacia dello screening mammografico, a individuarne i limiti e a cercare di migliorarlo, ma questo non significa che le donne debbano smettere di sottoporvisi», continua Brawley.

La ricerca e la tecnologia stanno cambiando il modo di definire il cancro. Tumori che dalle dimensioni e dalla morfologia possono sembrare simili potrebbero essere diversi dal punto di vista biochimico e genetico ed evolversi in modo differente. 

La vera sfida, secondo i ricercatori, sarà individuare con la più alta precisione possibile le pazienti che necessitano veramente di un trattamento, definendo un protocollo di screening che attinga informazioni da diverse tecniche diagnostiche come mammografia, ecografia, risonanza magnetica e test genetici.