La povertà toglie il sonno. Così fa male al cuore

Il legame

La povertà toglie il sonno. Così fa male al cuore

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La mancanza di sonno spiega almeno il 13,4 per cento dell’associazione tra uno stato occupazionale poco redditizio e il maggior rischio di malattie cardiache.
di redazione

Quando mancano i soldi, spesso manca il sonno. Ecco perché le persone economicamente svantaggiate sono più esposte al rischio di malattie cardiovascolari. E di ragioni che impediscono sonni tranquilli ce ne sono svariate: vuoi per la preoccupazione di non arrivare a fine mese, vuoi perché la giornata lavorativa di chi è costretto ad avere più impieghi per sbarcare il lunario non finisce mai, vuoi perché un piccolo alloggio in quartieri rumorosi e sovraffollati non è il luogo ideale per riposare, vuoi per tutti questi motivi, la notte non si dorme. Insomma, l’insicurezza economica rovina il sonno e la mancanza di sonno rovina il cuore. 

Secondo uno studio appena pubblicato sulla rivista Cardiovascular Research questa catena di eventi spiega almeno in parte come mai chi vive in condizioni di disagio economico ha maggiori probabilità di sviluppare un disturbo cardiovascolare. Secondo le stime dei ricercatori la mancanza di sonno spiegherebbe almeno il 13,4 per cento dell’associazione tra uno stato occupazionale poco redditizio e il maggior rischio di malattie cardiache.

L’indagine, la più ampia a livello di popolazione mai condotta finora, si è basata su dati di più di 111mila partecipanti di quattro Paesi europei. 

Dalla ricerca è emersa una differenza tra uomini e donne. Nella popolazione maschile la mancanza di sonno è particolarmente legata alla condizione di lavoro, mentre per le donne può dipendere anche da altri fattori come l’accudimento della famiglia, la gestione della casa, il peso delle responsabilità ecc… 

«L’associazione tra livello occupazionale dell'adulto e durata del sonno può dipendere dal fatto che gli individui con occupazioni di livello inferiore spesso devono combinare diversi lavori, lavorare in turni e vivere in ambienti rumorosi, sperimentando così livelli di stress maggiori, che contribuiscono  complessivamente alla privazione del sonno», si legge nello studio. 

Il campione analizzato è stato suddiviso in tre categorie in base alla retribuzione dell’impiego: livello basso, medio e alto. I dati delle condizioni economiche sono stati incrociati sia con quelli della salute cardiaca ricavati dai database nazionali e dai resoconti dei singoli individui che con quelli sulla qualità e durata del sonno riferiti dagli stessi partecipanti. 

La durata del sonno è stata suddivisa in tre categorie: quantità raccomandata (dalle 6 alle 8 ore e mezza per notte), quantità insufficiente (inferiore alle 6 ore) e quantità eccessiva (superiore alle 8 ore e mezza). 

L’impatto specifico della privazione del sonno è stato calcolato secondo il metodo statistico denominato “analisi di mediazione”. Con questo strumento si riesce a valutare il contributo di una terza variabile intermedia (la mancanza di sonno) tra il maggior responsabile di un fenomeno (la condizione di disagio economico) e la principale conseguenza (eventi cardiovascolari). In simboli: la variabile X agisce sulla variabile M che agisce su Y (la povertà, la mancanza di sonno e le malattie cardiovascolari).

Dai calcoli statistici è emerso per l’appunto che alla variabile intermedia, la mancanza di sonno, si può attribuire per lo meno il 13,4 per cento dei casi in cui la povertà espone al rischio di eventi cardiaci. 

Per gli autori dello studio è evidente quindi che promuovere una corretta quantità di sonno deve diventare una priorità di salute publica. 

«Sono necessarie riforme strutturali a ogni livello della società per permettere alle persone di dormire di più. Per esempio tentando di ridurre il rumore che è un importante fonte di disturbo del sonno con i doppi vetri alle finestre, limitando il traffico ed evitando di costruire palazzi con abitazioni nelle vicinanze di aeroporti o autostrade», ha dichiarato  Dusan Petrovic, dell’University Centre of General Medicine and Public Health (unisanté), di Losanna in Svizzera, principale autore dello studio.