Quante vite potremmo salvare facendo lo screening per la fibrillazione atriale?

Il dibattito

Quante vite potremmo salvare facendo lo screening per la fibrillazione atriale?

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C’è chi sostiene che sia una strategia efficace per ridurre l’incidenza di eventi cardiovascolari. C’è invece chi teme la sovradiagnosi. È una buona idea sottoporre tutte le persone dai 65 anni in su a monitoraggi periodici del battito cardiaco?
di redazione

I dettagli sono tutti ancora da stabilire, agli esperti spetterà decidere il chi, il come e il quando. Ma Mark Lown, professore di medicina all’Università di Southampton, non ha dubbi: lo screening per la fibrillazione atriale è una strategia efficace per ridurre il numero di ictus nella popolazione. Ad ospitare la sua proposta è la rubrica del British Medical Journal “Head to Head” che però accoglie anche il parere contrario di Patrick Moran, esperto di economia sanitaria al Trinity College di Dublino. 

Secondo Lown sottoporre la popolazione a rischio, per esempio gli uomini e le donne over 65, a controlli regolari del ritmo cardiaco potrebbe rivelarsi una scelta vantaggiosa per la salute pubblica. Una volta diagnosticata la fibrillazione atriale, considerata una fattore di rischio per l’ictus ischemico, i pazienti potrebbero cominciare ad assumere farmaci anticoagulanti e arrivare a ridurre considerevolmente il rischio di ictus e di morte. 

Lown non è particolarmente preoccupato dal problema della sovradiagnosi perché, dice, in caso di risultato positivo si può sottoporre il paziente a successivi esami che possono confermare o invalidare la diagnosi precedente. 

Così come controlli ripetuti periodicamente possono anche scongiurare il pericolo di falsi negativi. 

Inoltre, per lo screening della fibrillazione atriale non sono necessari grandi investimenti. Basta infatti un ettrocardiogramma, strumento già ampiamente diffuso nelle strutture sanitarie, poco costoso e utilizzabile su un elevato numero di persone. Inoltre i medici che seguono l’esame di controllo potrebbero invitare i pazienti a tenere sotto controllo il ritmo del battito cardiaco con le tecnologie indossabili, come per esempio AppleWatch. 

Ma Patrick Moran invita a procedere con cautela, non sappiamo ancora, sostiene, se i benefici superano i rischi. È vero, ci sono studi che dimostrano che lo screening aumenta il numero di diagnosi di fibrallazione atriale o di anomalie del battito, ma non è detto che questo sia sempre un bene. Si presenta puntuale lo spettro della sovradiagnosi e del sovrattamento, pronto a mettere in discussione le tesi a sostegno delle indagini diagnostiche generalizzate. 

«In un'epoca in cui il rischio di sovradiagnosi e sovra-trattamento nella medicina moderna sta diventando sempre più evidente, qualsiasi ipotesi che suggerisca che una maggiore rilevazione della fibrillazione atriale equivalga a un miglioramento della salute richiede un attento esame critico», scrive Moran.

Potrebbe darsi per esempio che trattare un paziente risultato positivo allo screening con anticoagulanti sia più rischioso, o ugualmente rischioso, che sottoporlo alla stessa terapia successivamente alla comparsa dei sintomi. I medicinali usati per fluidificare il sangue infatti possono provocare pericolose emorragie. 

Sarebbe meglio, secondo Moran, aspettare dati certi dai trial clinici sul rapporto tra rischi e benefici dello screening piuttosto che avviare interventi costosi di cui non si conosce l’efficacia.