Quei noduli al seno che non devono allarmare ma non possono essere sottovalutati

Lo studio

Quei noduli al seno che non devono allarmare ma non possono essere sottovalutati

Meglio non trascurare la diagnosi di carcinoma duttale in situ. Il rischio di sviluppare un tumore invasivo raddoppia nei 20 anni successivi alla diagnosi. La sottodiagnosi in questo caso preoccupa più della sovradiagnosi

di redazione

Le ragioni per non allarmarsi ci sono e restano valide. Ma di fronte a una diagnosi di carcinoma duttale in situ (DCIS) è comunque meglio non abbassare la guardia. Perché è vero che il Dcis viene considerato una forma precancerosa, piuttosto che un vero e proprio tumore del seno, e che nella maggior parte dei casi non diventa invasivo rimanendo confinato nell’area di origine, ma è anche vero che aumenta il rischio di sviluppare il cancro. E il pericolo rimane reale per ben 20 anni dalla diagnosi. Da qui l’appello lanciato dai ricercatori dell’Università di Oxford dalle pagine del British Medical Journal per prolungare il periodo di monitoraggio delle donne con una diagnosi di Dcis. Non bastano cinque anni, come suggerito dalle linee guida del Regno Unito. 

L’atteggiamento prudente dei ricercatori inglesi si basa su uno studi di coorte nel quale sono stati analizzati i dati di 35mila donne con una diagnosi di carcinoma duttale in situ ricevuta tra il 1988 e il 2014. Gli scienziati hanno confrontato i tassi dei tumori invasivi della mammella e di morte dovuta alla malattia riscontrati tra le donne con Dcis e con quelli della popolazione generale equiparabile al campione per età e  periodo di osservazione. 

Dall’analisi è emerso che le donne con una diagnosi di Dcis avevano il doppio delle probabilità di sviluppare un cancro invasivo rispetto alla popolazione generale e un rischio superiore del 70 per cento di non sopravvivere alla malattia. L’aumento del rischio di ammalarsi e di morire proseguiva per le due decadi successive alla diagnosi. 

«La sorveglianza delle donne dopo una diagnosi di Dcis si concentra solo sui primi anni. Nel Regno Unito, per esempio, la maggior parte delle donne viene richiamata per una mammografie di controllo ogni anno per cinque anni, dopo di che si procede con un ulteriore follow-up  triennale attraverso il programma nazionale di screening fino a 70 anni di età. Noi abbiamo fornito tuttavia le prove della natura prolungata del  rischio di malattia invasiva dopo una diagnosi di Dcis, anche per le donne con Dcis di grado basso o intermedio», dicono i ricercatori. 

Le diagnosi di carcinoma duttale in situ sono aumentate notevolmente negli ultimi anni, in particolare tra le donne che rispettano gli appuntamenti previsti dai programmi di screening. Generalmente quando viene riscontrato un carcinoma duttale in situ viene proposto un trattamento chirurgico conservativo oppure la vigile attesa con controlli periodici. 

Gli autori dello studio hanno però osservato che le donne sottoposte a interventi più invasivi come la mastectomia presentavano un rischio a lungo termine inferiore rispetto alle pazienti sottoposte a un intervento conservativo anche quando l’operazione chirurgica veniva seguita dalla radioterapia. Quest’ultimo intervento (chirurgia conservativa e radioterapia) abbassava comunque il rischio di sviluppare tumori più aggressivi rispetto a nessun trattamento. 

Lo studio in questione probabilmente riaprirà il dibattito sugli screening per il tumore della mammella, suggerendo in sostanza che il rischio di sottodiagnosi è in realtà più preoccupante di quello di sovradiagnosi (particolarmente “gettonato” negli ultimi tempi.

Spetterà agli esperti di salute pubblica dirimere la questione alla luce di questa nuova analisi sulla popolazione inglese.