Restare a casa è un lusso che non tutti possono permettersi. Ecco perché il coronavirus colpisce di più i poveri

L’analisi

Restare a casa è un lusso che non tutti possono permettersi. Ecco perché il coronavirus colpisce di più i poveri

Uno studio sugli spostamenti dei cittadini negli Usa dimostra che la pandemia ha cambiato le loro abitudini: oggi i ricchi stanno più a casa dei poveri (prima era il contrario). Chi ha un reddito basso non lavora in smart working, ma è costretto a uscire aumentando così il rischio di contagio

di redazione

Lo dicono i dati: negli Stati Uniti Covid-19 colpisce di più le persone povere. Perché? Alle spiegazioni più ovvie, condizioni di salute più precarie e minore accesso alle cure (in mancanza di assicurazione sanitaria), se ne aggiunge una terza, finora trascurata: le fasce di popolazione meno abbienti sono quelle che escono di casa più frequentemente entrando in contatto con un maggior numero di persone e aumentando così le probabilità di contagio. Prima era il contrario.

La pandemia ha infatti capovolto gli scenari a cui eravamo abituati: nel mondo pre-Covid le persone con redditi alti erano quelle che si muovevano di più, che rientravano a casa solo a fine giornata per poi uscirvi nuovamente la mattina presto. Le giornate dei poveri, in confronto alle persone con redditi più alti, erano invece molto più casalinghe. Nel mondo post-Covid succede l’opposto: le persone con redditi alti passano in casa molto più tempo di quelle con redditi bassi. 

Le città si dividono in due: nei quartieri ricchi si resta a casa, nei quartieri poveri si esce di più. 

I movimenti dei cittadini statunitensi sono stati ricostruiti attraverso i sistemi di localizzazione dei cellulari (mantenendo l’anonimato) in uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences

A determinare la risposta alla pandemia è il conto in banca: tra le fasce più abbienti durante l’emergenza c’è stato un incremento del 25 per cento delle persone che sono rimaste a casa per gran parte della giornata, mentre tra i più poveri solo il 10 per cento in più è stato fermo all’interno del proprio domicilio. 

«Abbiamo scoperto che prima della pandemia, gli individui nei quartieri più ricchi tendevano ad essere i meno inclini a rimanere completamente a casa in un determinato giorno.  Ma quando è entrato i vigore lo stato di emergenza, le persone che vivono nelle zone più ricche sono rimaste a casa di più. È stata un'inversione completa», ha dichiarato Joakim Weill, ricercatore dell'Università di California, Davis, autore principale dello studio. 

È molto plausibile, anche se i ricercatori non si sono spinti fino a cercare la causa del fenomeno, che il capovolgimento dei ruoli dipenda dalla possibilità per le persone più abbienti di lavorare da casa. Chi vive nei quartieri più poveri solitamente svolge lavori difficilmente convertibili nella modalità smart working ed è costretto a uscire di casa e a entrare quotidianamente in contatto con altre persone per assicurarsi uno stipendio. Così, inevitabilmente, aumenta anche il rischio di contagio. 

«Precedenti studi hanno dimostrato che le comunità a basso reddito hanno condizioni di salute preesistenti più precarie e un minore accesso alle cure sanitarie. Combinando questi fattori con la nostra scoperta principale - che le comunità a basso reddito mostrano un minore distanziamento sociale - emerge un doppio onere della pandemia di COVID-19 con forti differenze nell’esposizione al rischio», scrivono i ricercatori che invitano i politici a programmare interventi mirati per consentire anche alle persone più povere di mantenere il distanziamento sociale necessario a prevenire il contagio.