Rischio Alzheimer per chi gioca a calcio. Ma vale solo per i calciatori professionisti

Il legame

Rischio Alzheimer per chi gioca a calcio. Ma vale solo per i calciatori professionisti

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Il tasso generale di mortalità per queste patologie tra i calciatori è comunque basso (1,7%), ma significativamente superiore a quello registrato nella popolazione generale (0,5%).
di redazione

Forse potrebbe cambiare qualche regola nel gioco del calcio dopo i preoccupanti dati contenuti in uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine secondo il quale i calciatori professionisti hanno una probabilità di ammalarsi di Alzheimer di cinque volte superiore a quella della popolazione generale. Lo studio non lo dice esplicitamente, ma l’ipotesi più probabile è che la responsabilità sia da attribuire ai ripetuti colpi di testa consentiti dal regolamento. Potrebbero essere vietati? Per ora non se ne parla negli ambienti ufficiali, ma negli Stati Uniti ai bambini di età inferiore ai 10 anni viene da qualche anno impedito di colpire la palla con la testa. 

Lo studio condotto tra i calciatori scozzesi è il più ampio mai realizzato finora sull’associazione tra calcio e rischio di demenza e altre malattie neurodegenerative.

I ricercatori dell’Università di Glasgow hanno esaminato i dati sulla salute di 7.600 uomini nati tra il 1900 e il 1976 che hanno fatto del calcio la loro professione e li hanno messi a confronto con quelli di 23mila uomini selezionati tra la popolazione generale. 

Per i calciatori professionisti ci sono buone e cattive notizie. Gli sportivi hanno meno probabilità di morire per una malattia cardiaca o per tumore rispetto a chi fa un altro mestiere, ma hanno una probabilità di tre volte e mezzo maggiore di morire per malattia neurodegenrative come Alzheimer, sclerosi laterale amiotrofica, malattia di Parkinson. Va detto che il tasso generale di mortalità per queste patologie tra i calciatori è comunque basso (1,7%), ma significativamente superiore a quello registrato nella popolazione generale (0,5%). Più precisamente: per l’Alzheimer il rischio aumenta di cinque volte e per il Parkinson di due volte. 

«Questo studio ha analizzato i dati dei giocatori nati fino al 1976, quindi dei calciatori che hanno giocato negli ultimi dieci anni circa. Ciò rende questa ricerca rilevante tanto per chi gioca oggi quanto per chi ha giocato in passato come i calciatori che abbiamo studiato. E fino a quando non ci saranno cambiamenti significativi nello sport, dobbiamo presumere che il rischio rimanga reale», ha affermato Willie Stewart, neuropatologo presso l'Università di Glasgow che ha guidato lo studio. 

I ricercatori non hanno avanzato ipotesi sulle cause all’origine dell’associazione, ma l’autore di un editoriale di accompagnamento allo studio punta il dito contro anni e anni di passati con “la testa nel pallone” che possono a lungo andare compromettere la salute del cervello. 

I calciatori non professionisti non hanno ragione di preoccuparsi, la partita a calcetto con gli amici non rientra nella casistica di cui parla lo studio. Molti esperti hanno commentato i risultati dell’indagine invitando a non generalizzare e ricordando, piuttosto, i benefici garantiti da un’attività fisica moderata. 

Tra questi anche Gioacchino Tedeschi, presidente della Società Italiana di Neurologia che ha dichiarato: «I risultati di questo studio si sommano a un filone di ricerca già portato avanti da diversi anni: fermo restando che l'esercizio fisico moderato, l'attività fisica, nonché la pratica sportiva a livelli  più competitivi  hanno importanti benefici per la salute, tra cui ridurre il declino cognitivo ed il rischio di manifestare demenza, alcuni sport di contatto che causano frequenti traumi o microtraumatismi ripetuti possono aumentare il rischio di compromissione cognitiva e neuropsichiatrica, ad esordio tardivo, dopo anni dall'attività agonistica, nonché il rischio di malattie neurodegenerative e di encefalopatia traumatica cronica».

Il rischio di sviluppare demenza giocando è associato il numero di microtraumi subiti piuttosto che alla gravità di singoli episodi.

«Particolarmente determinante è la durata dell'esposizione a traumatismi ripetuti, piuttosto che l'intensità di singoli, rari episodi traumatici. Questo ultimo dato è tranquillizzante per i calciatori amatoriali, poiché i soggetti a rischio sono solo i professionisti che per anni hanno subito dei micro traumatismi e quindi possiamo tutti continuare a giocare la “partitella” serale», conclude Tedeschi.