Screening del PSA rivalutato: riduce la mortalità del 27 per cento. Ma già arrivano le critiche

La storia infinita

Screening del PSA rivalutato: riduce la mortalità del 27 per cento. Ma già arrivano le critiche

Finora è stato escluso dagli esami di routine perché ha un rischio di sovradiagnosi troppo alto
redazione

Nuova giuria, nuovo verdetto. Il test del Psa questa volta è promosso a pieni voti: riduce significativamente le morti per cancro alla prostata. Inaspettatamente, quando oramai gli esperti di salute pubblica del mondo sembravano avere raggiunto una posizione condivisa,  gli Annals of Internal Medicine pubblicano un’analisi che rimette in discussione le attuali linee guida internazionali contrarie allo screening per l’eccessivo rischio di sovradiagnosi. 

Il nuovo capitolo della storia infinita sull’esame diagnostico più discusso di sempre nasce dalla revisione di due influenti studi sul Psa. Entrambi, spiegano gli autori, contengono calcoli sbagliati. Il primo per esempio, chiamato Plco, affermava che lo screening incidesse sulla prevenzione della mortalità dello zero per cento. Non è così, scrivono gli autori della nuova e già contestata analisi. Rifacendo i conti si ottiene un risultato completamente diverso: il test del Psa riduce il numero di decessi dal 27 al 32 per cento.  

C’è una bella differenza. Negli Usa il rischio di morire di cancro alla prostata per un uomo è del 2,5 per cento. Se la nuova valutazione fosse corretta e lo screening portasse veramente a una riduzione della mortalità del 30 per cento, significherebbe che il rischio di morte per ogni singolo individuo scenderebbe all’ 1,75 per cento. 

«Credo che la riduzione della mortalità che abbiamo calcolato - afferma   Ruth Etzioni del Fred Hutchinson Cancer Research Center e principale autrice dello studio - sia un beneficio significativo. Questo è uno screening capace di salvare delle vite». 

Nel 2012 la U.S. Preventive Services Task Force, il gruppo di esperti chiamato a pronunciarsi sui costi e benefici delle strategie di prevenzione, aveva dato parere contrario allo screening di routine, invitando i medici a valutare caso per caso l’opportunità dell’analisi. Questo perché il numero delle sovradiagnosi è eccessivamente alto rispetto a quello delle vite salvate, con un rapporto di 50 a 1.

Etzioni e i colleghi contestano però il modo in cui si è giunti a quei risultati. 

Nello studio Plco per esempio sono state compiute delle leggerezze che possono avere invalidato le conclusioni. I partecipanti, 77 mila uomini tra i 55 e i 74 anni di età, erano stati divisi in due gruppi: il primo veniva sottoposto al test annuale della prostata e il secondo no. Ma gli autori della revisione sostengono che il 46 per cento degli uomini assegnati al gruppo di controllo ha eseguito comunque l’esame. Il confronto tra i due gruppi non può essere quindi indicativo. 

I ricercatori guidati da Etzioni hanno rifatto i conti ricorrendo a modelli matematici. Dalla nuova analisi viene fuori uno scenario diverso: gli uomini sottoposti allo screening ottenevano una diagnosi di tumore più precocemente rispetto a quelli che non facevano il test. Lo screening, quindi, permetteva di scoprire un numero maggiore di tumori in una fase iniziale e perciò trattabile riducendo il tasso di mortalità dal 27 al 32 per cento in 11 anni. 

La lista di critiche alle nuove conclusioni che rivalutano il test del Psa è già lunga. C’è chi contesta l’affidabilità dei modelli matematici che trattano numeri e non persone in carne e ossa e chi ritiene esagerato pensare che lo screening possa ridurre del 30 per cento il numero di morti. Gli esperti della Preventive Services Task Force non si sono pronunciati ufficialmente, limitandosi a dire che prenderanno in esame il nuovo studio. Per ora però sembra che non abbiano intenzione di tornare sui loro passi e cambiare le indicazioni attuali.