Lo smartwatch capisce quando ci stiamo ammalando

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Lo smartwatch capisce quando ci stiamo ammalando

L’ha provato sulla sua pelle ed ha funzionato. Michael Synder, genetista della Stanford University, ha scoperto di star male dal suo wearable device prima che dal medico. E con uno studio su Plos Biology dimostra perché i monitor che indossiamo al polso sono affidabili
redazione

Per Michael Snyder, appassionato di corsa e professore di genetica e di medicina personalizzata all’Università di Stanford, è stato impossibile sfuggire alla tentazione di unire l’utile al dilettevole. E così, contento di prestare il suo corpo alla scienza, il ricercatore si è imbrigliato tutti i giorni in ben otto dispositivi per il monitoraggio dell’attività fisica e ha scrupolosamente analizzato tutti i dati ricavati per due anni consecutivi. Con lo scopo di scoprire a cosa serve veramente indossare tanta tecnologia. 

Lo stesso hanno fatto altri 60 volontari che muniti di almeno 7 dispositivi tra fitness tracker, smartwatch e braccialetti elettronici, per 11 mesi hanno permesso di dimostrare, alla fine dell’esperimento, che quell’armamentario, utilizzato per lo più per controllare le performance atletiche, fornisce effettivamente anche informazioni utili sulla salute di chi lo indossa. I risultati dello studio sono stati pubblicati su Plos Biology. 

Snyder i suoi colleghi della Stanford University School of Medicine hanno passato al vaglio una media giornaliera di 250 mila dati ricavati da ogni singolo dispositivo raccogliendo miliardi di informazioni sul peso, il battito cardiaco, il livello di ossigeno nel sangue, la temperatura corporea e le calorie consumate di tutti i partecipanti. 

Concludendo che i fitness tracker funzionano come le spie dell’automobile: segnalano il problema prima di venire lasciati a piedi. 

Particolarmente indicativi delle condizioni di salute sono i cambiamenti della frequenza cardiaca, in grado di segnalare un problema anche in assenza di disturbi.  

Per individuare in ogni singolo caso i valori indicativi di un malessere, i ricercatori hanno messo a punto un software chiamato “Change of Heart”, appositamente studiato per segnalare anomalie nel battito cardiaco. 

Tra gli esempi riportati nello studio c’è quello di un volontario che per un periodo di cinque giorni aveva registrato valori superiori alla norma senza però riportare alcun sintomo di malessere. Un esame del sangue condotto per accertamenti aveva poi segnalato un’infezione batterica da Borrelia burgdorferi all’origine della malattia di Lyme. Dopo una cura con antibiotici i parametri rilevati dai dispositivi erano tornati normali. In molti altri casi le deviazioni dai valori standard si sono rivelate previsioni corrette. Tutte le volte che i dispositivi segnalavano anomalie del battito cardiaco rispetto ai parametri di riferimento test successivi mostravano valori di Pcr (proteina c reattiva) elevati indicando uno stato infiammatorio. Inoltre le anomalie della frequenza cardiaca possono segnalare anche il rischio di diabete di tipo 2.  

Una delle prove dell’affidabilità degli smartwtach e affini viene dai viaggi in aereo. L ’andamento dei livelli di ossigeno segnalato dai dispositivi cambia in base alla quota del volo. Ha fatto bene a  preoccuparsi lo stesso Snyder quindi quando, una volta atterrato da un viaggio in Norvegia, i suoi valori di ossigeno non sono rientrati  nella norma, segnalando così l’inizio di un’infezione batterica diagnosticata subito dopo. 

I ricercatori di Stanfrod si sono quindi convinti che i dispositivi di monitoraggio indossabili sono un aiuto prezioso per una diagnosi precoce, ma anche per conoscere come l’organismo reagisce al passare degli anni. «Potremo osservare i personali indicatori di invecchiamento seguendo le persone così da vicino - dice Snyder».

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