I turni di notte alterano i ritmi del sonno e triplicano il rischio di incidenti

Sicurezza

I turni di notte alterano i ritmi del sonno e triplicano il rischio di incidenti

Il disturbo del sonno da lavoro a turni è una sindrome cronica tipica di chi lavora di notte e dorme di giorno più volte alla settimana. Tra le conseguenze c’è un aumento di 3 volte del rischio di venire coinvolti in un incidente d’auto.

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Immagine: Braden Gunem 7 flickr (https://www.flickr.com/photos/bradengunem/3447789696)
di redazione

Se esiste la definizione, vuol dire che il disturbo è diffuso e ben connotato nei sintomi e nelle conseguenze. Per il disturbo del sonno specifico di chi svolge un lavoro con turni di notte la definizione c’è ed è “shift work sleep disorder” (disturbo del sonno da lavoro a turni). I sintomi sono facilmente intuibili: stanchezza, nervosismo, difficoltà di concentrazione e di memoria. Tutto quello che accade ogni tanto quando capita di dormire poco e male, in quel caso diventa una condizione cronica. Tra le conseguenze ce ne è una a cui finora si era prestata poca attenzione: chi è affetto dal disturbo del sonno ha una probabilità tre volte superiore di essere coinvolto in un incidente automobilistico rispetto alla popolazione generale ma anche rispetto a chi soffre di apnee notturne e di insonnia. Il che dimostra che davvero che la sindrome dei lavoratori a turno è un disturbo a parte. 

Secondo i manuali di medicina si tratta di una condizione cronica direttamente correlata agli orari di lavoro caratterizzata dall’interruzione del ciclo sonno-veglia. Chi ne è affetto, in sostanza, trova molto difficile dormire bene nel momento della giornata in cui è possibile farlo. Quanto sia diffusa è difficile saperlo con esattezza, ma le persone esposte a questo rischio sono molte. Secondo i dati del Bureau of Labor Statistics statunitense in America il 16 per cento dei lavoratori è operativo al di fuori dell’orario lavorativo tradizionale, ossia tra le 9 e le 18. 

Un gruppo di ricercatori americani ha analizzato i dati di circa 2mila incidenti d’auto avvenuti in sei differenti Stati degli Usa ricostruendo a ritroso l’associazione con il disturbo del sonno da lavoro a turni. I risultati pubblicati sulla rivista Sleep Science dimostrano che la sindrome tipica di chi dorme di giorno e lavora di notte è un evidente fattore di rischio per gli incidenti stradali. Medici, infermieri, impiegati degli alberghi, operai dei cantieri stradali, poliziotti. Tutti loro, soprattutto se non più giovanissimi, quando si mettono al volante sono più pericolosi per se stessi e per gli altri di chi svolge un lavoro con orari tradizionali anche se soffre di insonnia. 

«Questo studio dimostra che mentre la mancanza di sonno occasionale non aumenta il rischio di incidenti, una carenza di sonno prolungata, cioè difficoltà a dormire almeno tre volte a settimana, aumenta significativamente il rischio di incidenti. Tra tutti i disturbi del sonno, i conducenti con shift work sleep disorder hanno sperimentato il più alto rischio di incidente. I conducenti che lavorano a turni si mettono in viaggio assonnati alla fine del loro turno e sono esposti a un rischio di incidente significativamente maggiore”, commentano i ricercatori. 

In qualche misura il rischio di incidenti si può ridurre grazie ai sensori nelle automobili che si attivano nel caso in cui il conducente si addormenti al volante o alle aree di sosta ai bordi delle strade che consentono di fermarsi a riposare. Ma ancora meglio sarebbe evitare di guidare quando si è in astinenza da sonno. Bisognerebbe incentivare l’uso di altri mezzi di trasporto per questa categoria di lavoratori, sottolineano i ricercatori. 

«Sappiamo da tempo che i disturbi del sonno aumentano il rischio di incidenti, ma ora siamo stati in grado di quantificare tale rischio utilizzando i dati sugli incidenti del mondo reale tenendo conto delle variabili confondenti come le caratteristiche della strada e del traffico», conclude Praveen Edara, professore di ingegneria civile e ambientale presso l'Università del Missouri, tra gli autori dello studio.