Alzheimer: e se a causarlo fosse un’infezione?

L’ipotesi

Alzheimer: e se a causarlo fosse un’infezione?

C’è chi suggerisce che le beta amiloidi possano essere una risposta alle infezioni e che servano inizialmente a proteggere il cervello da virus e batteri. Poi però qualcosa va storto e si accumulano in maniera dannosa. Su Nature tutti i retroscena dell’ipotesi infezione nell’Alzheimer

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Photo by Chalmers Butterfield".", CC BY 2.5 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.5>, via Wi
di redazione

Cause sconosciute, nessuna cura, nessuna prevenzione. Il bilancio di anni e anni di ricerca sull’Alzheimer è un palese fallimento. Forse andrebbero esplorate altre strade. Una di queste consiste nella cosiddetta “ipotesi infezione” secondo la quale all’origine dell’Alzheimer ci sarebbe l’azione dei germi (virus o batteri). Le placche amiloidi, ufficialmente responsabili del danno cerebrale, potrebbero in realtà rappresentare una forma di difesa alle infezioni che poi, per ragioni da chiarire, avrebbero un effetto boomerang. 

Per molto tempo questa teoria è rimasta ferma in panchina mentre la scienza sceglieva di mettere in campo altri fattori, genetici o ambientali, per spiegare la causa della malattia neurodegenerativa. Ultimamente però l’ipotesi infezione ha guadagnato credibilità finendo in cima alla lista delle possibili alternative da esplorare. 

La sua notorietà si deve a una serie di studi che hanno ricondotto l’accumulo della proteina beta-amiloide nel cervello all’azione di virus o batteri. Su Nature viene proposta una sintesi di questo filone di ricerca recentemente rivalutato. 

“Stiamo prendendo l’idea seriamente”, ha dichiarato a Nature Bart de Strooper, direttore dell’UK Dementia Research Institute dell’University College London.

I primi sospetti sul ruolo dei germi nell’insorgere dell’Alzheimer sono nati dagli esami post-mortem del cervello dei pazienti. Intorno al 1990 sono emersi i primi presunti colpevoli dell’Alzheimer: tre tipi di virus dell’herpes umano e tre batteri, Chlamydia pneumoniae, responsabile di infezioni polmonari, Borrelia burgdorferi, che scatena la malattia di Lyme, Porphyromonas gingivalis che causano infezioni gengivali. 

Ma in teoria qualunque altro agente infettivo capace di penetrare nel cervello potrebbe essere considerato un elemento scatenante dell’Alzheimer. 

 

Uno studio del 2008 puntava il dito contro due tipi di virus dell’herpes, l’Herpesvirus 6 (HHV-6) e l’Herpesvirus 7 (HHv-7) rinvenuti in quantità elevate in mille campioni di cervello di persone decedute con Alzheimer. 

Questi dati hanno fatto venire voglia ai ricercatori della Columbia University di New York City di investire tempo e denaro in un trial clinico che valuti la capacità dell’antivirale valacyclovir, usato contro l’herpes, di rallentare la progressione dell’Alzheimer. I risultati si avranno nel 2022. 

La teoria dell’infezione aveva già trovato in precedenza altri sostenitori tra i ricercatori del Massachusetts General Hospital che nel 2008 avevano avanzato una rivoluzionaria ipotesi, ossia che i peptidi beta amiloidi potessero avere proprietà antimicrobiche.  

Questa tesi spiegherebbe la presenza diffusa e di lunga data di questi peptidi tra le diverse specie animali. Il fatto che esistano da 400 milioni di anni nei due terzi dei vertebrati suggerisce che svolgano un ruolo importante dal punto di vista evolutivo. 

I peptidi beta amiloidi potrebbero non essere tanto “cattivi” come si pensa. Il loro ruolo potrebbe essere addirittura protettivo e potrebbe consistere nel catturare i microbi che arrivano al cervello impedendogli di scatenare l’infezione. I peptidi potrebbero agire con buone intenzioni ma ritrovarsi per qualche ragione sconosciuta a fare più male che bene. L’età o un difetto genetico potrebbe rendere difficile il processo di smaltimento dei beta amiloidi e favorire così l’insorgere dell’Alzheimer.

Le potenzialità protettive dei beta amiloidi sono emerse in esperimenti su topi geneticamente modificati per sviluppare la malattia di Alzheimer. I ricercatori del Massachusetts General Hospital hanno iniettato nel cervello degli animali pieno di placche di beta amiloidi i batteri Salmonella typhimurium osservando che gli animali vivevano più a lungo rispetto ai topi senza la malattia. Secondo i ricercatori i beta amiloidi formano delle reti appiccicose che “inghiottono” gli agenti patogeni. Lo stesso esperimento è stato ripetuto iniettando l’herpesvirus. Anche in questo caso i topi con Alzheimer hanno vissuto più degli altri

La teoria del valore antimicrobico dei peptidi associati all’Alzheimer sembrerebbe trovare conferma anche in alcuni test su organoidi, agglomerati di cellule che simulano il cervello malato di Alzheimer. 

In condiziono normali l’accumulo di beta amiloidi negli organoidi avviene dopo sei settimane di coltura. In presenza del virus Herpesvirus 6 il processo inizia già il secondo giorno.  

L’ipotesi dell’infezione è stata ulteriormente rinforzata da alcuni ricerche recenti. Uno studio del 2018 ha dimostrato che una mutazione di un gene chiamato Pilra è associata a un ridotto rischio di Alzheimer. Il gene in questione codifica per una proteina che favorisce l’ingresso dei virus nei neuroni. La mutazione previene questo processo. E impedendo l’infezione impedirebbe lo sviluppo dell’Alzheimer. 

In un altro studio del 2020 della Cornell University di New York viene descritto il possibile meccanismo che lega la produzione di beta amiloidi a un’infezione. Tutto dipenderebbe dalla proteina IFITM3 che si attiva quando i virus arrivano al cervello. Questa proteina si lega agli enzimi che producono le beta amiloidi (gamma secretasi) inducendoli ad aumentarne la produzione. 

L’espressione di questa proteina è maggiore nelle persone con Alzheimer. Si sta valutando la possibilità di considerare la proteina IFITM3 un potenziale target terapeutico. 

La tesi della protezione antimicrobica dei beta amiloidi non convince però tutti gli scienziati. Tra le voci scettiche c’è quella di John Hardy dell’ University College London vincitori del Barin Prize per le sue ricerche sull’Alzheimer. «Non credo che sarà dimostrabile, e non credo che ci sia molto da spiegare sull'Alzheimer oltre la genetica», ha commentato laconico Hardy su Nature.